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Libri

Contrasto dentro la leggenda di Blow up

Un libro sul film che ha trasformato il modo di raccontare la figura del fotografo al cinema

Una fotografia di scena dal film «Blow up»

Prosegue la benemerita opera editoriale di Contrasto che, nella collana dedicata ai rapporti tra la fotografia e le altre arti e forme di comunicazione, pubblica il volume Io sono il fotografo. Blow-Up e la fotografia di Michelangelo Antonioni e Julio Cortázar (con testi di Goffredo Fofi, Ernesto Franco, Philippe Garner e Walter Moser; 200 pp., € 24,90). «Blow-Up», uscito nel 1966, è un film leggendario, al di là dei suoi specifici meriti artistici, è divenuto il simbolo di un’epoca e per chi si occupi di fotografia è il film che ha trasformato il modo di raccontare la figura del fotografo al cinema.

Ciò che il volume mette in mostra, però, è qualcosa di più e di diverso: è il lavoro che ha portato alla realizzazione della pellicola, dalle origini sino al ciak e all’uscita nelle sale. Giustamente dunque si parte con la ripubblicazione dello splendido racconto di Julio Cortázar Le bave del diavolo da cui Antonioni prende spunto, per passare poi al soggetto redatto dallo stesso regista nel quale già si avverte la differenza tra linguaggio letterario e cinematografico.

Seguono poi una serie di documenti, forse i più interessanti anche perché pressoché inediti, relativi all’indagine condotta da Antonioni stesso sulla natura del lavoro dei fotografi attivi a Londra in quel periodo: un questionario, addirittura, e poi le letture di Anthony Haden-Guest e Francis Wyndham che descrivono  attraverso interviste e testimonianze di prima mano pensieri e opere della «Black Trinity» della fotografia londinese del tempo, David Bailey, Terence Donovan e Brian Duffy, tre modelli che costituiscono la base del protagonista interpretato da David Hemmings.

Completano il volume l’interessante storia del ritrovamento dei mitici ingrandimenti delle fotografie che si vedono nel film e diversi saggi, tra i quali merita di essere segnalato quello molto articolato di Walter Moser, grande esperto dell’argomento, e una curiosa intervista di Alberto Moravia al regista, dalla quale emerge una volta di più la laconicità piena di senso di Antonioni e la verbosità sovente autoreferenziale dell’autore degli Indifferenti.

Walter Guadagnini, da Il Giornale dell'Arte numero 393, gennaio 2019


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