Come la pandemia ha cambiato i grandi musei

La pubblicazione degli atti del grande convegno del 2018 in Vaticano è l’occasione di un ripensamento del ruolo mutato nel frattempo

Arianna Antoniutti |  | Città del Vaticano

Giovedì 25 marzo i Musei Vaticani hanno ospitato in diretta streaming sul proprio canale YouTube la presentazione del volume «Preventive Conservation in Major Museums. Comparisons, reflections and strategies» che oggi integra il volume precedente «Come si conserva un grande museo: l’esperienza dei Musei Vaticani» edito nel 2017 da Allemandi in coedizione con i Musei Vaticani. Curato anch’esso da Vittoria Cimino (Edizioni Musei Vaticani), nasce come ideale prosecuzione e approfondimento del convegno «La conservazione preventiva nei grandi musei. Strategie a confronto» che si era tenuto nell’ottobre 2018 nel Braccio Nuovo dei Musei Vaticani.

Alla tavola rotonda online era presente P. Kevin Lixey, direttore dei Patrons of the Arts in the Vatican Museums, ed è stata introdotta da Barbara Jatta, direttore dei Musei Vaticani, che ha ricordato come nei due anni trascorsi dal convegno non solo il mondo sia cambiato sotto l’impatto della pandemia globale ma siano mutati i musei stessi e la loro fruizione. Prima del marzo 2020 gli oltre 7 km di gallerie, palazzi, sale dei Musei del papa erano visitati da circa 23mila presenze giornaliere.

Durante il convegno, ha proseguito, erano emersi numerosi elementi di condivisione fra le grandi istituzioni museali, primo fra tutti la consapevolezza diffusa della necessità di un piano integrato sulla conservazione: strategie comuni basate su collaborazione professionale ed amicale tra le grandi realtà museali mondiali. Preservare ma anche condividere sono i principi portati avanti nei Musei Vaticani dai tanti specialisti coinvolti nei restauri e nella conservazione preventiva: un’équipe che vigila sul patrimonio esposto e su quello conservato in oltre quaranta depositi.

Introducendo Antonio Paolucci, Barbara Jatta ha voluto ricordare che il primo luogo dei Musei Vaticani da lei visitato in qualità di vicedirettore, quando direttore era ancora Paolucci, era stato proprio l’Ufficio del Conservatore. Istituito da lui stesso nel 2008 e affidato a Vittoria Cimino, quest’Ufficio ha il compito, tra l’altro, di decidere e mettere in pratica i piani programmatici di cura e manutenzione. Paolucci ha rilevato la continuità fra la propria direzione terminata nel 2016 e quella della Jatta. Il libro presentato, ha proseguito Paolucci, «accoglie materiali e interventi sui temi fondamentali di conservazione preventiva e conservazione programmata. La postfazione del volume, scritta da Salvatore Settis in tempore pestis, in piena pandemia, è una riflessione che condivido pienamente: guai se il provvedimento temporaneo della chiusura dei musei, “la notte dei musei”, dovesse in futuro ripetersi. Ciò sarebbe esiziale per la salute intellettuale e spirituale di ciascuno di noi. Il mio è un augurio di speranza per il futuro dei musei, che sono archivio della storia e luogo dell’identità nazionale».

Sul tema della chiusura dei musei, è intervenuto lo stesso Salvatore Settis, Accademico dei Lincei, che giudica tale provvedimento originato dal pregiudizio che i musei non costituiscano attività produttiva: «Si tratta è vero di una misura temporanea, ma è una misura che indebolisce il museo stesso perché consolida la gerarchia fra quel che è essenziale per vivere, e quello che non lo è. Tutto tornerà come prima? Non lo sappiamo, ma questa è la ragione per cui il periodo che stiamo attraversando è prezioso, perché è un tempo di ripensamento, di riconsiderazione dei nostri scopi, dei nostri traguardi e, per gli istituti culturali, della propria stessa struttura e missione. I musei curano l’anima, ed è in questo contesto che l’importanza della conservazione preventiva è sempre maggiore. Questi sono temi cui Giovanni Urbani, grande direttore dell’Istituto centrale del restauro e grande intellettuale, aveva dedicato fondamentale attenzione. Per Urbani la conservazione non è mai stata soltanto una misura precauzionale: a monte c’era una vera e propria filosofia del patrimonio».

Massimo Osanna, Direttore Generale dei Musei del MiC, ha ribadito che prevenzione e manutenzione sono, per i musei, la strada del futuro. Anche perché l’assenza di manutenzione comporta costi elevatissimi, basti pensare all’esempio di Pompei. «Il volume che qui presentiamo, ha detto Osanna, è di grande valore, e con la curatrice Vittoria Cimino stiamo inoltre lavorando presso la Direzione Generale dei Musei a un ambizioso progetto che riguarderà tutte le istituzioni museali della penisola».

Vittoria Cimino
ha affermato che, a un anno «dal cigno nero, possiamo dire che i fondamentali sono salvi, la conservazione preventiva e la manutenzione programmata non sono solo un’idea virtuosa, ma un’idea che può essere attuata: richiede un progetto rigoroso e chiaro, uno staff ridotto ma preparato e motivato, e un modesto investimento economico. Tutto questo significa prendersi cura delle opere e, con pari dignità, dei luoghi di esposizione e di deposito. Parimenti vuol dire prendersi cura con regolarità degli impianti e saper armonizzare la messa in opera dei piani operativi con la vita del museo. E soprattutto comporta l’affrontare nuove sfide tecnologiche».

Tra gli altri relatori che si sono succeduti, Michail Piotrovskij, direttore dell’Ermitage, ha elogiato l’Italia perché, anche in questo campo, è sempre all’avanguardia. Gabriele Finaldi, direttore della National Gallery, ha ribadito che la conservazione preventiva è un tema internazionalmente percepito come di grande interesse e di grande attualità e che il volume frutto del convegno del 2018 si configurerà sicuramente come un manuale di assoluta utilità.
Per Max Hollein, direttore del Metropolitan Museum, il fattore umano è la chiave del successo, la conservazione preventiva è infatti il frutto, come ogni altro aspetto della vita di un museo, dello sforzo congiunto di tutte le dimensioni professionali del museo stesso.

Miguel Falomir Faus, direttore del Prado, ha portato la propria testimonianza sul cambiamento: «La conservazione preventiva nell’ultimo anno ha subito inevitabili mutamenti, abbiamo sviluppato nuovi protocolli, ma è chiaro che tali strategie devono sempre muoversi in anticipo per accogliere le sfide del futuro, soprattutto in questi tempi di incertezza».

Christian
Greco, direttore del Museo egizio di Torino, ha esordito ricordando che la conservazione preventiva non è un’opzione, ma al contrario è insita nella natura e nella missione dei musei: «È vero, in questo momento i musei sono purtroppo chiusi, ma mai come ora ci stiamo prendendo cura delle nostre collezioni. Nostro compito è difatti consegnare nella maniera più intatta possibile questi frammenti di memoria che custodiamo, e che abbiamo in prestito, alle generazioni che verranno».

Il periodo di chiusura, ha detto Laurent Salomè, direttore del Musée National du Château de Versailles, «ha dimostrato l’essenzialità della conservazione preventiva: a porte chiuse abbiamo portato a compimento attività che non avremmo mai potuto immaginare con la Reggia apertura al pubblico».

Marco Ciatti ha ribadito come restauro, manutenzione e prevenzione non sono tre filoni separati ma «devono fare parte, in maniera logica e coerente, di un unico progetto che ha come scopo la conservazione finale del bene, agendo, a seconda dei casi, con l’uno o l’altro degli strumenti, ma sempre tenendone presente la relazione reciproca».

Anne de Wallens
, in rappresentanza del direttore del Louvre Jean-Luc Martinez, ha illustrato i risultati del lavoro svolto, nell’ambito della conservazione preventiva, dal museo francese sin dai primi giorni del primo lockdown, mentre Gaël de Guichen ha incentrato il proprio interventosullanecessità di monitorare e intervenire sui depositi museali: «Le indagini Iccrom realizzate con l’Unesco, infatti, hanno mostrato come, in ambito mondiale, circa il 60% degli ambienti utilizzati come deposito si trovino in uno stato, molte volte, non accettabile. Ovviamente questo non è il caso dei musei maggiori, come i Musei Vaticani o il Louvre, ma quanti sono i depositi nel mondo nei quali non si può rintracciare un oggetto specifico in meno di tre minuti? Stimo questa sia la situazione nella quale si trovano circa 350mila depositi nel mondo».

Bruno Zanardi
ha ricordato come, accanto alla conservazione preventiva e alla manutenzione preventiva, sia necessario parlare anche di conservazione programmata: «Il progetto di Giovanni Urbani era stato pensato per la salvaguardia di ciò che rende unico al mondo il patrimonio artistico italiano, ossia la sua infinita stratificazione territoriale, la sua plurimillenaria presenza nell’ambiente. Quel progetto è ancora lì, intatto nella sua attualità, e potrebbe essere applicato e realizzato nell’immediato».

A Giorgio Bonsanti è spettato il compito di elaborare la sintesi dei principali temi analizzati dai relatori: «Nel bene e nel male, non torneremo mai indietro. Nel mondo post pandemico la conservazione preventiva, nel suo significato più pieno, dovrà essere applicata a tutte le attività umane. Dovrà essere lo strumento principale per guidare l’umanità verso un futuro migliore».

Nella conclusione, Barbara Jatta ha ricordato come «dovendo fare tesoro di questo doloroso tempo, i musei, ancora di più in una dimensione post pandemica, si configurano come luogo indispensabile della nostra storia  e come imprescindibili custodi dei nostri frammenti di memoria».

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