Chiusi tutti i Musei Civici, Palazzo Ducale compreso

«Fino ad aprile»: così ha deciso il sindaco Luigi Brugnaro. Ma la convenzione Stato-Comune del 1924 impone l’apertura del Ducale, punta di diamante dei musei lagunari con quasi 2 milioni di visitatori nel 2019

Veronica Rodenigo |  | Venezia

Rimarranno chiusi fino al primo aprile gli 11 musei riuniti dal 2008 nella Fondazione Musei Civici di Venezia, partecipata al 100% dal Comune. Così ha deciso il sindaco Luigi Brugnaro (che della Fondazione è il vicepresidente) dimentico forse della missione di un’istituzione museale ma anche della convenzione tra Stato e Comune che nel 1924 concesse in uso alla municipalità Palazzo Ducale e le adiacenti Prigioni.

«Il Comune di Venezia manterrà il Palazzo Ducale nelle stesse decorose e proprie condizioni nelle quali attualmente si trova […], si stabilisce. Manterrà pure al detto Palazzo l’attuale sua destinazione e lo conserverà aperto al pubblico verso pagamento delle tasse attualmente in vigore […] senza nuocere all’interesse collettivo della popolazione e degli studiosi. […] Qualora il Comune contravvenga a quanto è previsto e prescritto […] o comunque ne violi lo spirito […] la convenzione stessa sarà immediatamente revocabile».

E pensare che Palazzo Ducale costituisce da sempre la punta di diamante del circuito museale cittadino: nel 2019 il 75% dei 2.142.000 visitatori complessivi si era dovuto proprio a quest’ultimo. Il problema è la sostenibilità economica, afferma il primo cittadino: senza gli introiti dei flussi turistici la situazione non è gestibile e il ristoro da parte del Mibact (attorno agli 8 milioni di euro) è servito a coprire un passivo di 7 milioni del 2020, non i costi di una prossima riapertura.

Così i lavoratori, 84 dipendenti e 500 in appalto esterno secondo fonti sindacali, sono stati tutti messi in cassa integrazione al 100% mentre sindacati, Fai e mondo della cultura più in generale hanno risposto con una levata di scudi: la petizione per la riapertura lanciata dalla rivista online «Ytali» ha raggiunto in pochi giorni migliaia di firme, tra cui quella di Paola Marini, già direttrice delle Gallerie dell’Accademia di Venezia, e di Salvatore Settis. Un caso che non è sfuggito alla stampa internazionale, tra cui «Le Figaro».

Di contro i vertici della Fondazione sono rimasti in silenzio per giorni. Nessun comunicato o presa di posizione finché, in occasione di un’intervista a Brugnaro sul quotidiano locale «Il Gazzettino», la vicepresidente Mariacristina Gribaudi è uscita allo scoperto con un plauso via tweet, parlando di speculazioni politiche e necessità di salvaguardare lavoratori e bilancio. Un bilancio (passato e futuro) di cui però non si sa nulla di preciso: sul sito di MuVe risulta ancora irreperibile quello dell’anno appena chiuso.

Si allinea anche la direttrice Gabriella Belli dalle colonne del «Corriere della Sera», rompendo il silenzio stampa della Fondazione: «I costi fissi ineludibili del mantenimento dei 12 palazzi e delle altre sedi in dotazione è superiore a una cifra mensile di un milione e trecentomila euro. E i mesi che abbiamo davanti sono 12. […] È stata fatta una previsione molto prudenziale», ribadisce Belli fornendo, almeno a mezzo stampa, qualche aggiornamento come l’imminente avvio della gara per i restauri di Palazzo Fortuny e il rinvio al 2023 della grande mostra su Vittore Carpaccio, in programma lo scorso anno.

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