Chi visita Napoli viaggia nella storia

Gianfranco D’Amato: «Cultura e arte sono la leva fondamentale per lo sviluppo civico e sociale del Paese»

Gianfranco D’Amato © Luciano Romano
Olga Scotto di Vettimo |

Industriale e amante dell’arte, Gianfranco D’Amato preferisce definirsi cultore appassionato piuttosto che collezionista, spostando da subito l’accento sulla dimensione di partecipazione interiore che da sempre segna il suo rapporto con gli artisti e la città, in un orizzonte in sintonia con la vocazione internazionale e cosmopolita di Napoli. Laureato in Economia, con il fratello Antonio è alla guida della Seda International Packaging Group, market leader con stabilimenti in Europa e in America.

Com’è nato il suo interesse per l’arte? È cambiato nel tempo?
Da ragazzo ero un grande appassionato di fotografia subacquea. Amavo il mare e passavo giornate sott’acqua fotografando le meraviglie del mondo sommerso. Questa passione mi ha accompagnato per anni, fin quando ho scoperto l’arte ed è stato per me naturale passare dal fotografare al collezionare. L’arte è diventata uno strumento per cercare nuovi orizzonti fuori e dentro di me, un modo per raccontarmi senza svelarmi.

La prima opera che ho acquistato è stato un quadro di Bepi Romagnoni nel 1994, un collage fotografico con interventi pittorici. Man mano, frequentando le gallerie napoletane, i musei e le fiere in giro per il mondo, ho approfondito le mie conoscenze nel campo dell’arte e ho iniziato a collezionare dal moderno al contemporaneo, concentrandomi su alcuni artisti che amo particolarmente e dei quali mi piace raccogliere più opere rappresentative del loro percorso.

Che cosa significa essere un collezionista a Napoli?

Napoli con la sua energia e la sua storia ha sempre attirato grandi artisti e questo rappresenta un’opportunità di incontro e arricchimento.

La sua vicinanza alle più prestigiose istituzioni culturali cittadine è nota, poiché lei partecipa in prima persona a diverse esperienze. Penso ad esempio alla mostra del 2017 al Museo e Real Bosco di Capodimonte, dove allestì una sala con opere della collezione del museo, diverse per epoca e provenienza: da Dürer a Colantonio, da Parmigianino a Stanzione, da Artemisia Gentileschi a Ribera. Il confronto continuava con le testimonianze più recenti di Carlo Alfano, Louise Bourgeois, Mimmo Jodice e Marisa Albanese. Forse collezionare non basta più a soddisfare la sua passione.
Collezionare mi dà una grande gioia, ma ho scoperto che nel supportare gli artisti, i musei e le istituzioni nel realizzare progetti ed esposizioni provo ancora più soddisfazione perché è un modo di condividere questa passione con gli altri.

Una bella esperienza l’ho vissuta quando Sylvain Bellenger, direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte, mi ha invitato, insieme ad altre nove personalità del mondo della cultura, a curare una stanza del museo nell’ambito di un’iniziativa chiamata «Carta bianca». L’opportunità è stata straordinaria perché era possibile scegliere fino a 10 opere della collezione del museo da mettere insieme secondo una propria visione narrativa. L’intento è stato porre in dialogo opere di arte antica con opere di arte contemporanea. All’inizio ho cercato di immaginare un progetto di allestimento, ma poi leggendo nel mio cuore ho voluto mettere insieme delle opere che raccontassero alcuni sentimenti base della vita e sono partito da creazioni che rappresentavano la maternità poi la cultura, le difficoltà, la violenza e l’amore.

Un’altra bella esperienza è stata quella di aggregare dei colleghi imprenditori in un’iniziativa per supportare le attività del Teatro di San Carlo. Si è formato così un gruppo chiamato «Concerto d’impresa», composto da 12 imprenditori napoletani con i quali ci siamo impegnati a finanziare il teatro per tre anni, attingendo alle agevolazioni dell’ArtBonus e consentendo così di assicurarsi la presenza di grandi star della musica. Il positivo dell’esperienza è stato non solo il risultato per il San Carlo, ma anche aver scoperto che proporre delle iniziative di sostegno alla cultura incontra il favore e la disponibilità di molte persone. È stata l’occasione di offrire un esempio che spero possa essere seguito da altri.

Come racconta la sua città?
Napoli è uno scrigno che raccoglie tesori preziosi dall’antico al contemporaneo. Una città dove l’arte ha sempre trovato la massima espressione ed è questo che la rende speciale.  Il grande lavoro svolto dalle gallerie dagli anni ’60 ad oggi, insieme alle importanti mostre del museo MADRE, del Museo di Capodimonte e del Museo Archeologico, hanno contribuito a rendere la nostra città un centro per l’arte riconosciuto in tutto il mondo.

La cultura e l’arte sono la leva fondamentale per lo sviluppo civico e sociale del Paese e mi auguro che sempre di più diventino una priorità nell’agenda della nostra classe politica. Attraversare la storia è il dono più grande che si può fare a chi visita Napoli: grazie alla sua stratificazione Napoli rende possibile un viaggio nel tempo unico al mondo.

Ma anche Capri è un suo luogo del cuore.
La passione per l’arte, il mare e la natura hanno trovato un punto di sintesi nel mio amore per Capri. Qui, insieme a degli amici locali, abbiamo fondato un’associazione che si chiama «L’oro di Capri», con la quale siamo impegnati nel recupero degli antichi uliveti dell’isola con l’intento di produrre un olio biologico di alta qualità. L’esperienza è stata straordinaria non solo sotto l’aspetto naturalistico, ma, soprattutto, sotto quello umano.

È stata l’occasione per risvegliare l’orgoglio delle antiche tradizioni capresi e di sollecitare un ritorno a rapporti sociali più intensi, nella condivisione di un progetto che attinge alla storia dell’isola, ma guarda al futuro, trasmettendo alle nuove generazioni attenzione e impegno per la tutela della natura.

© Riproduzione riservata Jan Fabre, «L’uomo che misura le nuvole (versione americana, 18 anni in più)» 1998-2016
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