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Che senso ha il ritorno di Franceschini

Il ministro nega di voler fare una «contro controriforma» ma ha l’obiettivo di completare quanto aveva iniziato

Dario Franceschini e Alberto Bonisoli

Roma. La nomina di Dario Franceschini, di nuovo alla testa del Ministero dei Beni culturali, ha portato due immediate, importanti novità: primo, il Mibac riguadagna la delega al Turismo che era passato al Ministero delle Politiche Agricole (anche se per ora conserva ufficialmente l’acronimo Mibac senza la «t» finale); secondo, Franceschini è subito intervenuto sulla «riorganizzazione» del Ministero, cioè sulla riforma Bonisoli, e ha deciso di sospendere e congelare decreti e provvedimenti firmati dal suo predecessore «in extremis» alla vigilia di Ferragosto, in chiusura del Governo giallo-verde.

Con quei provvedimenti Bonisoli aveva cercato di mettere al sicuro una parte fondamentale della sua riforma: limitano di fatto l’autonomia dei 30 grandi musei abolendo i loro Consigli d’Amministrazione e trasferendo a Roma alcune delle facoltà decisionali dei direttori. Vengono anche declassate, togliendo loro l’autonomia senza chiare motivazioni, le Gallerie dell’Accademia di Firenze, il Museo Etrusco di Villa Giulia a Roma e il Parco dell’Appia Antica. Con il decreto che ha bloccato l’intero iter di attuazione, Franceschini è tuttavia intervenuto con una certa prudenza. La riforma Bonisoli era entrata in vigore il 22 agosto.

Il neoministro ha voluto precisare che i decreti attuativi del suo predecessore erano stati emanati il 14 agosto, quando la Corte dei Conti non li aveva ancora approvati, e «a crisi politica già aperta». Franceschini ha puntualizzato che comunque intende sospenderli ma non cancellarli. Si tratta, ha dichiarato il ministro, di una «misura cautelativa», per poterli considerare «con attenzione». Questo, ha detto, non è l’inizio di «una riforma della controriforma».

È chiaro tuttavia che ci saranno dei cambiamenti. A Franceschini non sono proprio piaciute soprattutto due cose della riforma Bonisoli ed è probabile che cercherà di cambiarle: l’accentramento al Ministero romano di molte decisioni prima affidate alle strutture territoriali e i tagli all’autonomia dei 30 supermusei, vera grande novità della struttura ministeriale, attuata con la riforma del 2014, che assicurava ai loro direttori una notevole indipendenza gestionale e finanziaria. Delle sue intenzioni Franceschini finora non ha rivelato nulla e nessuna indiscrezione trapela dal Mibac.

Così la riforma incompiuta di Bonisoli resta sospesa, in un limbo che presto potrebbe diventare caos senza interventi che chiariscano la situazione. I tempi non sembrano comunque brevissimi. Certo pare difficile che Franceschini accetti che la sua riforma resti stravolta: i più accesi punti di resistenza sono anche quelli che prevedono l’abolizione dei Cda dei musei autonomi, così come certi difficili accorpamenti interregionali creati dalle previste nuove Direzioni territoriali delle reti museali al posto dei Poli museali regionali. In primo piano anche la situazione tutta da definire della Galleria dell’Accademia fiorentina, del Parco dell’Appia e del Museo Etrusco di Villa Giulia a Roma.

In discussione altre decisioni di Bonisoli, come la presenza dei direttori stranieri alla testa di grandi musei e siti archeologici, una delle innovazioni di Franceschini, che si vanno riducendo di numero, tra mancati rinnovi, licenziamenti e dimissioni polemiche. Per la struttura del vertice operativo del Mibac, tra i primi atti di Franceschini spicca il ritorno di Salvo Nastasi, già capo di gabinetto di tre precedenti ministri (Bondi, Galan e Ornaghi), ma anche vicesegretario generale della Presidenza del Consiglio con Renzi, voluto da Franceschini nella posizione chiave di segretario generale del Mibac, perno di tutto il potere ministeriale secondo la riforma di Bonisoli che nell’agosto 2018 aveva chiamato a dirigerlo Giovanni Panebianco.

Altra nomina di Franceschini, rivelatrice e decisiva, è quella di Lorenzo Casini come capo di Gabinetto, tra gli artefici della riforma del 2014. Certo anche a lui non possono essere piaciuti molti aspetti della riforma Bonisoli. A giugno aveva definito «un gran pasticcio» la decisione di togliere l’autonomia alla Galleria dell’Accademia di Firenze e passarla alle dipendenze degli Uffizi.

La nomina dei due nuovi sottosegretari completa il vertice politico del Mibac: ad Anna Laura Orrico, (M5S), project manager di 39 anni, è affidata la Cultura, mentre Lorenza Bonaccorsi (Pd), 51 anni, già assessore al Turismo e Pari opportunità della Regione Lazio, si occuperà appunto del Turismo, il cui ritorno nel Mibac dall’Agricoltura è ancora tutto da organizzare. Era stato trasferito con un decreto trasformato in legge nell’agosto 2018 e completamente cancellato dal Mibac, con relativo trasferimento di personale.

Entro il 15 dicembre il Mibac dovrà presentare il piano della sua nuova struttura, personale e dirigenti compresi. Del resto il Turismo non aveva ancora piena funzionalità all’Agricoltura dove aveva un Dipartimento con due direzioni generali. Certo al Mibac non potrà essere operativo prima di inizio 2020. La scelta di Franceschini di tornare al Ministero dei Beni culturali assicura una presenza politica forte e quindi una maggiore incisività in un settore cruciale per lo Stato. Lo stesso Franceschini ha ripetuto, anche al giuramento del nuovo Governo davanti al capo dello Stato, che per lui quello della Cultura è «il più importante Ministero economico del Paese».

Edek Osser, da Il Giornale dell'Arte numero 401, ottobre 2019


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