Che fare tra Esenin e Putin?

L’Arte povera in trasferta all’Ermitage

«Attaccapanni (di Napoli)» (1967-69) di Luciano Fabro
Franco Fanelli |  | San Pietroburgo

«Un uomo nero» tormenta, in una delle sue più struggenti poesie, Sergej Esenin: quell’uomo beffardo, cilindro calato in testa, è il grumo di tutte le illusioni, disillusioni e contraddizioni del poeta stesso, a cui le rinfaccia senza pietà. Ma è colpa degli artisti se, quasi biologicamente, il seme della rivolta a un dato punto muore, travolto dalla storia?

Si può fare una colpa ai poveristi se la loro arte nata sovversiva e battezzata da un «manifesto» che Germano Celant concepiva come «Appunti per una guerriglia» oggi è un brand internazionale? Eppure la nostalgia di una stagione da tempo tramontata come i suoi ideali si fa più presente ora che, mezzo secolo dopo il Sessantotto, l’Arte povera, le cui vicende e la sua stessa data di nascita (al netto di ogni pericolosa interpretazione ideologica o effettiva adesione militante dei suoi esponenti) attraversarono quella temperie politica,
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