Chantal Akerman, cineasta audace

Marian Goodman espone un’installazione dell’artista belga da una sua fiction di 30 anni prima

«Je tu il elle, l’installation», 2007. Cortesia Fondation Chantal Akerman et Marian Goodman Gallery. © Fondation Chantal Akerman
Luana De Micco |  | Parigi

Il primo lungometraggio di Chantal Akerman fu «Je tu il elle», realizzato nel 1974. Un film audace, in tre atti, che mescola solitudine ed erotismo, in cui la stessa cineasta belga, all’epoca ventiquattrenne, si metteva in scena in situazioni al limite del surreale: vi interpretava una giovane prigioniera del suo spazio domestico, che vaga per casa, scrive lettere o sposta mobili, e poi tenta di uccidere la solitudine vivendo due relazioni amorose.

Da questo film, Chantal Akerman trasse nel 2007 un’installazione che la galleria Marian Goodman espone ora per la prima volta, fino al 5 febbraio: «Con questa installazione, Chantal Akerman si dà alla libera riscrittura di una fiction realizzata trent’anni prima, riarticolando le immagini in tre proiezioni, ha scritto la galleria parigina in una nota. Questa giustapposizione simultanea delle tre sequenze del film destruttura la linearità temporale della narrazione e crea nuove risonanze nello spazio».

La Akerman, morta nel 2015 a 65 anni, è una delle figure fondamentali del cinema sperimentale degli anni ’70. Il suo secondo lungometraggio, «Jeanne Dielman, 23, quai du Commerce, 1080 Bruxelles», del 1975, la storia di una casalinga dedita alla prostituzione, ebbe l’elogio della critica e la rese celebre.

Nata da una famiglia di ebrei polacchi emigrati in Belgio, studiò teatro a Parigi, frequentò gli ambienti del cinema underground a New York, prima di rientrare in Francia, dove visse per tanti anni. A partire dal 2015 realizzò anche una ventina di videoinstallazioni, tra cui «NOW», esposta alla Biennale di Venezia nel 2011.

Da Marian Goodman è visibile anche «From the Other Side», un’installazione in tre tempi e tre spazi presentata solo nel 2002 a Documenta XI: qui la Akerman rivolge il suo sguardo alla sorte dei migranti messicani che tentano di attraversare la frontiera statunitense.

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