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Mostre

Carol Rama prende la scena a New York

La retrospettiva alla galleria Lévy Gorvy a cura di Flavia Frigeri

Un'immagine della mostra «Eye of Eyes»alla galleria Lévy Gorvy a New York. Foto: Il Giornale dell'Arte

New York. Nella settimana del Martin Luther King Day, in cui a pochi blocchi di distanza inaugura Lucio Fontana al MET Breuer, un’altra artista profondamente italiana prende la scena a New York in uno dei templi dell’arte americana, la galleria Lévy Gorvy, della grandissima e mai abbastanza celebrata, Dominique Lévy.

Inaugura infatti giovedì 24 gennaio «Eye of Eyes» una mostra retrospettiva di Carol Rama, artista di Torino, quasi chiusa dentro Torino, nella sua casa così immaginifica, a sua immagine e somiglianza. Artista che merita l’attenzione che sicuramente arriverà da una mostra a New York, per la consistenza, la durezza e potenza visiva del lavoro, spesso anticipatore di molte istanze che, ad esempio, l’Arte povera avrebbe indagato profondamente. Un lavoro rabbioso e anche vischioso, come l’amore e il sesso che lo attraversano con libertine attitudini.

La mostra a cura di Flavia Frigeri, già assistant curator alla Tate Modern di Londra, è tutto questo, e ha il merito di esserlo fin da subito. Ad aprirla vi è infatti un grande lavoro del 1968 che appare quasi una tomografia assiale computerizzata dell’addome, un apparato riproduttivo, un intestino costellato da occhi. È un lavoro fortissimo che spacca il visitatore e lo porta immediatamente al centro della scena.

La stanza principale, al pian terreno, si dipana poi mediante una serie di lavori con gomme e tubolari, reminiscenze dell’attività del padre della stessa Carol, e riesplode in un altro lavoro fondamentale del 1969 («Perdonami le congiunzioni»): una sorta di forma zoomorfa bipede con occhi e sangue che è appartenuta (come molte delle opere in mostra, è giusto dirlo) ai due «angeli custodi» del lavoro di Carol Rama, Pinuccia Sardi e Angelo Bottero, della Fondazione Sardi, nonché della fu Galleria Carlina, citati e doverosamente ringraziati amabilmente nel discorso di Dominique Lévy all’apertura della mostra.

Il passaggio al secondo piano, per la scala di quella che una volta era una banca commerciale dell’Upper East Side, viene dedicato alla costruzione di un immaginario che è anche l’exegi monumentum di Torino. Un wallpaper di fotografie, molte delle quali di Ugo Mulas, dedicate alla Torino di quegli anni, al suo fermento culturale, alla grande stagione delle mostre della GAM. È un’operazione in favore e per amore dell’arte italiana, dedicata alla sua unica forza rivoluzionaria che nel Novecento ha pulsato e innervato tutta l’Europa, nel dibattito a distanza con Parigi.

Il secondo piano della mostra non perde affatto di energia: con un muro a mo’ di accrochage dedicato ai disegni erotici, alcuni dei quali visti proprio alla GAM a Torino nel 2017, e polarizzato dalla forza di un lavoro con rocchetti di filo che sembrano occhi o protesi su uno sfondo nero materico e una macchia quasi seminale bianca a lambire il fondo destro dell’opera.

Dal lato opposto della sala, una composizione di siringhe («Le siringhe», 1967), apparente affilata interpretazione della malattia, al centro di un quadro steso di un biancore d’altro mondo, tiene teso il filo dell’inadeguatezza di colui che guarda, di quella scomoda sensazione di chi, osservando, come se Carol fosse nella stanza, pronta a esplodere, si sente perennemente a camminare sulle uova. Sensazione, inutile dirlo, che solo l’arte può dare e che è l’unica base, l’atomo creatore di molte vicende umane.

Riccardo Deni, edizione online, 24 gennaio 2019


  • Un'immagine della mostra «Eye of Eyes»alla galleria Lévy Gorvy a New York. Foto: Il Giornale dell'Arte
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