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Caccia al tesoro nel Bazar Basel

Se in Italia Artissima, Miart e Artefiera chiedono il rigore negli allestimenti, ad Art Basel ha trionfato l'accrochage: lo impone un mercato che ormai si gioca esclusivamente nelle fiere

«Nirvana» di Xu Zhen, Galleria Perrotin, Art Basel 2019. Xu Zhen®. © Art Basel

Basilea (Svizzera). Con il bianco puoi rischiare figuracce nell'abbigliamento, ma non nell'arte contemporanea. Perché il bianco arreda e non invade; è minimal, ma se sapientemente virato in avorio, panna o madreperla è incredibilmente caldo. Così, se alla Biennale di Venezia si è fatto un gran parlare di blackness, se Giò Marconi, nel suo stand, ci spiegava che oggi il mercato è dominato dagli artisti neri (e infatti, aggiungeva, il prezzo di 425mila euro richiesto per un'opera del bianco statunitense Wade Guyton, che lui esibiva accanto a una tela emulsionata di Mario Schifano, era decisamente basso rispetto alle quotazioni dei suoi colleghi afroamericani), ad Art Basel, svoltasi dal 13 al 16 giugno, il bianco ha trionfato.

Anche nelle opere dei neri cantori dell'epopea delle piantagioni, come Kara Walker, della quale un grande e candido monocromo troneggiava nello stand di Sprüth Magers. Solo collezionisti e no perditempo per avere informazioni sul prezzo, ci spiegava, gelidamente cortese, l'uomo dello staff; al pari del dirimpettaio della Walker, un gigantesco George Condo, uno dei molti artisti catapultati ad Art Basel dalla loro presenza alla Biennale. Un altrettanto monumentale «schermo» estroflesso di Fabio Mauri, datato al 1970, illuminava con il suo biancore lo stand di Hauser & Wirth; al piano di sopra, persino Pascale Marthine Tayou, da Continua, esponeva un sapiente mosaico di canne bianche per evocare un «White Spirit».

C'era chi sulla tonalità del bianco si giocava un'apertura vincente, come Karsten Greve. «È il bianco di Roma negli anni Sessanta», spiegava il gallerista che, come Art Basel, compie il suo 50mo anno di attività, mostrando uno splendido Kounellis scandito da strisce pedonali tra le quali si sentiva la presenza del rivale Schifano. Esposto nel 1964 da Plinio de Martiis, il quadro prendeva il volo nei primi giorni della fiera, insieme a una «perla» di Burri del 1952 che lo accompagnava sulla parete di sinistra.

Oltre al bianco, una presenza costante era il collage. Con 40mila dollari ci si poteva portare a casa quelli, minuscoli, di un giovane Joseph Cornell, offerti dalla Mayor Gallery insieme al loro modello, un collage di Max Ernst. Nel weekend, a presidiare la piccola, preziosa parete dello stand, rimaneva soltanto quest'ultimo. A 18mila euro erano disponibili alla Kohn Gallery quelli di Bruce Conner, nato nel 1933, vale a dire nel periodo in cui esordiva Cornell, capace, quest'ultimo, di rendere attraenti persino le mosche, come nell'opera illustrata sulla copertina del piccolo catalogo della Mayor.

Ali di farfalla si assiepavano invece in un collage di Jean Dubuffet da Nahmad, dove un dipinto di Basquiat rivelava il «Picasso nero» intento a citare la tradizione tipicamente americana del trompe l'œil, in forma, ça va sans dire, di collage. Stessa tecnica per un altro «biennalista», Cyprien Gaillard, a 11mila euro dalla già citata Spruth Magers.
Più che collage, erano caotici accrochage quelli che affollavano diversi stand, anche di marchi illustri. Gli altissimi costi richiesti dalla partecipazione alle fiere, e la realistica constatazione che senza di esse le gallerie non sopravvivrebbero, impongono pragmatismo, con buona pace dell'eleganza, negli allestimenti. L'offertona del mese di Hauser & Wirth, ad esempio, era un nucleo di sculture da tavolo, laddove Martin Creed era messo sullo stesso piano di Melotti e di Calder. A 4,75 milioni di dollari trovavano comunque un acquirente le «Tre Grazie» (1947) di Louise Bourgeois.

A mantenere, non senza eroismo, un certo decoro erano, con poche eccezioni, le gallerie italiane. Squisita, ad esempio, l'abbinata Liam Gillick-Giulio Paolini da Artiaco; un'oasi di silenzio, nel bailamme generale, era lo stand di Invernizzi, aperto da un Alan Charlton (venduto) e dotato di una sorta di «camera picta» con uno straordinario nucleo di dipinti (eccellente la risposta dei compratori) di Mario Nigro. Suggestivo l'ambiente in cui la Stein poneva a confronto due gradi opere a parete di Kounellis e di Mimmo Paladino; l'accesso era una sorta di arco, formato da due «Italie» di Fabro.

Sebbene l'edizione 2019 si sia rivelata una delle più deludenti e piatte per quanto riguarda il lato prettamente estetico, sarà comunque ricordata per il record stabilito per l'opera più cara mai venduta ad Art Basel: lo otteneva Zwirner con i 20 milioni di dollari pagati per un dipinto di Gerhard Richter del 1966. Tra le altre vendite in alta quota, le tre sculture di Tom Wesselmann esposte da Gagosian nella sezione «Unlimited» a prezzi dai 5 agli 8 milioni di dollari; nella stessa sezione, Hauser & Wirth vendeva un nucleo di coloratissimi sofà di Franz West a 3,8 milioni di dollari; Levy Gorvy incassava invece 6 milioni di dollari per un dipinto dell'ubiquo Christopher Wool; a un milione di euro Gmurzynska vendeva un dipinto di Antonio Saura.

Bene anche gli italiani: Tornabuoni, in uno stand monografico, com'è ormai lodevole abitudine della galleria dei Casamonti, dedicato alle grandi carte geografiche di Alighiero Boetti, ne vendeva due, rispettivamente a 1,7 e a 2,3 milioni di euro. La Galleria dello Scudo raccoglieva successi con Leoncillo (prezzi dagli 80mila ai 400mila euro), Afro e con le «impronte» di Toti Scialoja. Un museo statunitense, intanto, prenotava un gioiello di Severini, un piccolo ovale del 1913. Nel padiglione 2.1, riservato all'arte cronologicamente più vicina a noi, Massimo Minini doveva riallestire lo stand dopo le vendite di un dipinto di Carla Accardi (150mila euro), un fregio di Icaro (30mila), un'installazione a parete di Buren (150mila) e di opere di Sheila Hicks e Bertrand Lavier. Nello stesso stand, l'effetto Biennale sui prezzi era riscontrabile su un lavoro di Haris Epaminonda schizzato a 30mila euro.

Poco distante, del resto, Kamel Mennour offriva alla cifra di 28mila euro una piccola scultura in scisto, su cui erano state ricavate le forme dei «fossili» della nostra civiltà, vale a dire smartphone e altri device; ne è autrice Alicja Kwade, di scena, in questo periodo, all'Arsenale. Erano necessari invece 160mila sterline per acquistare una scultura dorata di Danh Vo (un altro degli artisti protagonisti a Venezia) esposta da White Cube. Chi alla Biennale c'è già stato è Giorgio Andreotta Calò: Zero... chiedeva 35mila euro per una sua «Medusa» in bronzo (tiratura 5 più 2 esemplari). A prendere il suo posto nel Padiglione Italia è quest'anno, insieme a Liliana Moro e a Chiara Fumai, Enrico David: da Michael Werner un suo arazzo era offerto a 70mila dollari. Altri italiani da Massimo De Carlo, dove un ramo di rosa fuso in bronzo di Massimo Bartolini aveva un cartellino da 20mila euro, mentre i grandi formati a olio di Pietro Roccasalva ne costavano 170mila.

Prezzi mediamente alti, dunque, come del resto impongono sede e domanda. Basti pensare che per mettersi in casa un'opera grafica (una grande acquatinta tirata a 25 esemplari) di Julie Mehretu, anch'essa convocata dal curatore Ralph Rugoff a Venezia, servono 135mila dollari, come ci spiegava senza batter ciglio un membro dello staff della Gemini G.E.L.
Sino a quanto il mercato imporrà queste quotazioni non è dato saperlo; di sicuro il rischio è un ingrediente particolarmente eccitante del collezionismo. Perrotin, a Untitled, tramutava il suo spazio in un casinò, fra roulette e baccarat; durante la fiera Xu Zhen eseguiva in tempo reale in suoi mandala, che prendevano la configurazione di tavoli da gioco. Erano di sabbia: un soffio e volavano via. E il titolo era quanto meno inquietante: «Nirvana».

Franco Fanelli, edizione online, 17 giugno 2019


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