Artiste e femministe in Italia

Un’indagine di Paola Ugolini sulle avanguardie femminili dell’arte del Novecento e sulla loro evoluzione nella società moderna

A sinistra «Mater o Litanie Lauretane» (1977), di Tomaso Binga. A destra, la copertina del libro
Guglielmo Gigliotti  |

Christian Marinotti Edizioni, per la collana «Le chiavi dell’arte» curata da Laura Cherubini, ha da poco pubblicato il libro di Paola Ugolini Artiste e femminismo in Italia. Per una rilettura non egemone della Storia dell’arte. L’autrice è da tempo impegnata nella illustrazione, in mostre e saggi, dell’arte come forma di liberazione da un’eredità patriarcale, che persiste nella nostra società, nonostante le pluridecennali battaglie culturali e civili. Quella del femminismo è infatti la più grande rivoluzione della modernità, per quanto rivoluzione del tutto in divenire: essa comprende oltre metà dell’umanità, che è donna, e può al contempo offrire sguardi chiarificanti all’altra parte, fatta da uomini.

Bice Lazzari, che apre la rassegna delle artiste del ’900 selezionate dalla Ugolini, usò nella sua guerra muta alle radicate convenzioni e convinzioni, il potere dirompente di quella poesia che promana da aeree tessiture di linee elementari, richiamanti un Klee rarefatto. Carol Rama si affidò al polo opposto, costituito dalle suggestioni espressioniste e surrealiste che informano l’arte aspra della rappresentazione di corpi femminili mutili, tra protesi ortopediche e letti costrittivi di manicomio. Tutto ciò negli anni ’30, durante il fascismo, che fu anche dittatura del patriarcato. La sua figura fu riscoperta da Lea Vergine, in occasione della mostra del 1980 «L’altra metà dell’avanguardia 1910-1940», presso il Palazzo Reale di Milano. La storica dell’arte la definì per l’occasione «un angelo demoniaco, gentile e selvaggio, lei è un personaggio letterario, un verso di Charles Baudelaire, lei è esotica, erotica, eroica».

Di Carla Accardi il volume racconta il sodalizio umano e intellettuale con la critica d’arte e femminista Carla Lonzi, con cui fondò nel 1970 a Roma il movimento «Rivolta femminile» e la pratica delle sedute di autocoscienza. Del movimento fece parte anche l’americana Suzanne Santoro, dedita ad abbinamenti visivi tra la forma della vulva e consimili configurazioni tratte dalla storia dell’arte, come i panneggi classici, o la natura, come rari fiori. Santoro, nel ’76, cofondò anche lo spazio espositivo Cooperativa del Beato Angelico, dove, oltre a mostre sull’arte femminile e femminista, venne presentato il primo studio storico sul processo per stupro di Artemisia Gentileschi. Tutte le celebrazioni successive della pittrice seicentesca discendono da quell’evento.

Le digressioni successive del libro compenetrano arte e pensiero di autrici come Claude Cahun, Marisa Merz, Laura Grisi, Marinella Pirelli, Greta Schödl, Mariella Bettineschi, Marinella Senatore, Jenny Saville, Renate Bertlmann, Claire Fontaine, Romina de Novellis, Elena Mazzi, Benni Bosetto, oltre alle poetesse visive Lucia Marcucci, Ketty La Rocca e Bianca Pucciarelli, nota col nome maschile provocatoriamente scelto: Tomaso Binga.

Di Marina Abramovic, la matriarca della Performance art che operò numerose volte in Italia, viene descritta la rigorosa poetica del corpo femminile, ma anche il suo congiungimento simbolico, dai toni quasi epici, con quello maschile, nelle tante performance svolte con il suo compagno di arte e di vita Ulay. Principi universali della fusione col prossimo, ma anche i rischi di questa unificazione, hanno aperto, nelle performance della coppia d’arte più significativa del ’900, su orizzonti che presentano la questione femminile in totale integrazione con quella maschile, per un equilibrio di tipo esistenziale.

La breve parabola della fotografa americana Francesca Woodman, morta suicida ventitreenne nel 1981, illustra invece, trasfigurato in immagini d’essenza teatrale, il rapporto tra un corpo di donna con il proprio io profondo, dolente e poetico, tra fotografia contemporanea ed evocazioni classiche. Molte delle sue foto le realizzò a Roma, tra il ’77 e il ’78.

Silvia Giambrone incarna invece la posizione più avanzata dell’arte femminista oggi. La violenza di genere è enucleata nelle sue sculture, opere a parete e performance, secondo modi che non nascondono le ambiguità dell’ambiente e l’ipocrisia di specifiche prese di posizioni pur illuminate, che lasciano alfine sola la donna a subire, spesso negli spazi domestici, una violenza antica. Chiodi, spine, aghi, lame e catene sono disposti nelle sue opere con l’intento di creare, secondo le parole della Ugolini, «un cortocircuito visivo che permette agli oggetti di uso comune di diventare sinistri elementi di offesa».

Libri come questi servono anche a far sentire alle donne violate la voce dell’arte.

Artiste e femminismo in Italia. Per una lettura non egemone della Storia dell’arte,
di Paola Ugolini, 228 pp., ill., Christian Marinotti Editore, Milano 2022, € 24

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