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Fotografia

Arles: i 50 anni dei Rencontres

Il festival invade tutta la città, in diverse sedi, e si estende anche al di fuori (Marsiglia, Tolone e Nîmes)

«The Wall of Europe, Spain, 2014» dI Sergi Cámara. Cortesia dell’artista

Arles (Francia). I Rencontres de la Photographie compiono mezzo secolo. La rassegna nacque da un’idea del fotografo Lucien Clergue, originario di Arles, che si impegnò tutta la vita affinché alla fotografia venisse riconosciuto uno statuto artistico. Nel progetto coinvolse lo scrittore Michel Tournier e lo storico Jean-Maurice Rouquette, conservatore al Musée Arles Antique. Sono tutti e tre scomparsi negli ultimi anni.

Clergue nel 2014, Tournier nel 2016, Rouquette lo scorso gennaio. «La prima edizione si tenne nel 1970 nel salone d’onore del municipio nel caldo soffocante di una sera di luglio. Gli organizzatori temevano che sarebbe stato un fallimento totale. Invece, a partire dalle 21 la folla invase la sala e occupò la scalinata e la hall d’ingresso», ha ricordato Hervé Schiavetti, sindaco di Arles e vicepresidente della rassegna.

Mezzo secolo dopo il festival ha «invaso» tutta la città, con mostre in diverse sedi, e si è esteso anche al di fuori con la programmazione «Grand Arles Express», che coinvolge tra l’altro Marsiglia, Tolone e Nîmes. Arles è diventata una delle capitali della fotografia e il 2018 è stato un anno record con 140mila visitatori. Per l’edizione anniversario (dal primo luglio al 22 settembre), presentata alla stampa lo scorso marzo a Parigi, gli organizzatori hanno annunciato alcune iniziative.

L’Espace Croisière accoglie la mostra «Clergue & Weston», curata dal direttore dei Rencontres, Sam Stourdzé, in ricordo dell’«Hommage à Edward Weston» presentato nel 1970. Questa volta gli scatti del fotografo americano (1888-1958) dialogano con i primi lavori di Clergue. Aurélie de Lanlay, amministratrice generale dei Rencontres d’Arles, ha annunciato un lavoro «sulla storia, gli archivi e le collezioni» della rassegna. Da un paio d’anni si realizza l’inventario delle circa 3.300 opere che appartengono alla collezione del festival, depositate al Musée Réattu di Arles e ora disponibili online.

Nel programma figurano 50 esposizioni: «Per questa edizione speciale, ha spiegato Stourdzé, abbiamo voluto guardare al domani. Celebrare gli ultimi 50 anni proiettandoci sui prossimi 50». Non mancano dunque le mostre «storiche». Tra queste, una monografica di Helen Levitt, la brillante fotografa newyorkese morta nel 2009, con 130 scatti realizzati dagli anni ’30 nelle strade della Grande Mela. Alla cappella Saint-Martin du Méjan è allestito un corpus inedito di 200 foto firmate Germaine Krull, Berenice Abbott o Man Ray della collezione della rivista d’avanguardia belga «Variétés».

Quattro le tematiche affrontate. Per la sezione «Il mio corpo è un’arma», sono presentate le foto crude e poetiche della ceca Libuše Jarcovjáková che raccontano Praga negli anni ’70-80 e i lavori di alcuni esponenti della Movida madrilena degli anni ’80. In «Alla frontiera» si parla di rischio ambientale con Marina Gaddoneix e Philippe Chancel, e dei «muri del potere» costruiti in Europa con una mostra collettiva alla Maison des Lices. Per la sezione «Abitare», è esposto tra l’altro il lavoro sui giardini dello svizzero Mario Del Curto. In «Costruire l’immagine» si presentano i lavori di giovani come Camille Fallet e Yann Pocreau.

In parallelo, la Friche de la Belle de Mai, a Marsiglia, espone la scena fotografica contemporanea della Cambogia, il Carré d’Art di Nîmes allestisce il lavoro «Leaders» dello spagnolo Daniel G. Andújar sulla manipolazione dell’immagine dei dirigenti politici e l’Hôtel des Arts di Tolone propone una monografica del belga Harry Gruyaert, composta da serie realizzate in Belgio e Irlanda e di rado esposte.

Luana De Micco, da Il Giornale dell'Arte numero 399, luglio 2019


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