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Musei

Anna Coliva: «Auguro alla Borghese che sia molto amata»

Dopo 26 anni (di cui 14 da direttrice) lascia la Galleria. Intervista esclusiva

Anna Coliva lascia la Galleria Borghese dopo 14 anni alla sua direzione. Ora si aspetta un direttore ad interim, poi un concorso internazionale. Foto di Luciano Romano

Dopo 26 anni trascorsi alla Galleria Borghese, Anna Coliva lascia la direzione del museo. Il suo percorso alla Galleria (edificata nel secondo decennio del Seicento per volontà del cardinale Scipione Borghese) ha inizio nel 1994, quando viene nominata ispettore storico dell’arte, nel 2006 ne diviene direttore e nel 2016, in seguito alla riforma Franceschini, direttore generale. Da allora, la Galleria Borghese è uno dei «supermusei» statali dotati di autonomia. Il Mibact ha già avviato la procedura di interpello per il conferimento ad interim dell’incarico di direttore. Avrà durata fino al completamento della procedura di selezione pubblica internazionale per il nuovo direttore che succederà ad Anna Coliva.

Gli anni da lei passati alla Galleria Borghese racchiudono non solo la sua vicenda personale e professionale, ma anche importanti mutamenti nella gestione museale.

Sicuramente la riforma promossa da Franceschini, che ha dato l’autonomia ai musei. Ciò ha comportato la possibilità, straordinaria a quel tempo per l’Italia ma del tutto normale all’estero, di poter gestire la propria attività, di avere un bilancio, quindi poter fare una programmazione e predisporre le risorse per attuarla. È la libertà che viene dalla responsabilità.

Come riassume i suoi anni alla corte di Scipione Borghese?

Si potrebbe dire che ho assecondato i suoi gusti di uomo curioso, incline a farsi compiacere da tutte le manifestazioni delle arti e che apprezzava la molteplicità e i contrasti. Amava allo stesso modo Caravaggio e Guido Reni, Bernini e Cordier, faceva suonare Monteverdi e Frescobaldi nelle sue stanze, dove accoglieva gli artisti prediletti o che avrebbe ammirato se li avesse conosciuti. Per esempio avrebbe amato vedere assieme tanti dipinti di Cranach, che lui, primo collezionista italiano del Seicento, volle nella propria raccolta. Fui molto criticata quando iniziai a ospitare all’interno del museo mostre di opere non appartenenti alla collezione, ma sono sicura che il cardinal Borghese molte di esse le avrebbe apprezzate. Scipione Borghese non fu un mecenate ma un grande collezionista, un conoscitore e un amante del proprio tempo. E un committente di arte contemporanea.

Quali sono state le resistenze maggiori alla sua direzione?

I metodi e le iniziative per le quali sono stata molto ostacolata, in realtà, sono state poi sancite dalla riforma Franceschini. Un elemento di criticità è ancora il rapporto pubblico-privato che continua a essere frainteso, come è evidente nella logica punitiva e mortificante che regola le sponsorizzazioni. Non ho mai avuto difficoltà nel trovare sponsor per il museo: dal 2006 al 2015 ho raccolto, sotto varie forme, 12 milioni di euro. Dopo l’entrata in vigore di tali regole, nate dalla forzatura di una vicenda del tutto diversa occorsa al Colosseo e che ha provocato una vera caccia alle streghe, molti sponsor (soprattutto esteri) trovano troppo complesso e a volte punitivo partecipare. Ma questo non è un problema che riguarda solo le sponsorizzazioni: riguarda l’incapacità, o la non volontà della parte pubblica, di riconoscere con trasparenza la legittimità dei distinti interessi e di saperli comporre. Quando una parte si proclama priva di interessi nascono i problemi, perché è allora che prevalgono gli obiettivi nascosti. D’altra parte è il motivo per il quale in Italia si preferiscono corporazioni e camarille a lobby ufficiali e dichiarate tali. La mancanza di trasparenza è necessaria alle manovre sottotraccia.

Quali sono stati i suoi maestri, quali le sue prime esperienze nelle Soprintendenze?

Giulio Carlo Argan, maestro «istituzionale»; Giuliano Briganti, scelto in rapporto dialettico e complementare con lui. Ho cominciato nelle Soprintendenze, Parma e Roma, ed è stato un periodo meraviglioso, in cui ho diretto straordinari cantieri di restauro e in cui si poteva molto studiare. Quando chiesi di lavorare alla Borghese, emblematico eterno cantiere italiano allora in corso da 12 anni, una mia collega iniziò una raccolta firme per farmi tornare in Soprintendenza. Allora infatti nessuno voleva lavorare nei musei, mezzi chiusi e molto mortificati, e il trasferimento era considerata una punizione. Sembra mille anni fa ma purtroppo sono tempi recenti...

Con il ciclo «Committenze contemporanee», nato nel 2007, ha portato l’arte dei nostri giorni nella Borghese. Ma si crea davvero una relazione tra luogo antico e opera contemporanea?

L’idea nacque dal proposito di dare continuità al concetto di committenza. Scipione fu un grande committente. Lo scopo è servirsi dell’arte e dello sguardo degli artisti contemporanei, con opere appositamente realizzate per il luogo, per far comprendere il museo a chi si deve occupare dello stesso museo e anche ai visitatori. Che è la nostra unica mission. Trovo del tutto fuorviante parlare di confronti. Non esistono confronti ma solo continuità e convivenza, se l’artista chiamato è in grado di scoprirla. Altrimenti si usa il museo solo come location, lo si strumentalizza per nobilitare gli artisti ospitati con operazioni narcisistiche del tutto dannose. Soprattutto per gli artisti. Con il medesimo intento abbiamo ospitato nel 2015 la mostra del couturier Azzedine Alaïa, concepita non come una mostra sulla moda, ma sul concetto di scultura, «scultura soffice». La Borghese è la casa della scultura, dai capolavori dell’arte greca e romana, sino all’Ottocento con la Paolina di Canova. Mancava a questo patrimonio di statue solo il Novecento. Ho voluto dunque esplorare il secolo «mancante», con Picasso, Giacometti o con la scultura eseguita con materiali soffici delle opere di Azzedine Alaïa. In fondo è la sfida berniniana: fingere con il marmo il tessuto, le fiamme, la carne. È così, lo scultore ci mostra la metamorfosi dei materiali. La Borghese vive sotto la protezione del suo nume tutelare Bernini.

La Galleria Borghese ha ancora qualcosa da svelare? Oppure, come per Roma, «non basta una vita»?

Di certo non basta la mia. La cosa che più amerò sarà osservare ciò che ancora non ho visto, ciò che ho compreso solo in minima parte. La cosa che sento più forte è la curiosità: curiosità di scoprire le potenzialità ancora inespresse di questo luogo straordinario che altri, con occhi diversi, sapranno senz’altro vedere. Desidero essere stupita.

Come è nato il progetto «Dieci mostre in dieci anni»?

Le mostre sono un’attività imprescindibile per ogni museo esattamente come la ricerca e la conservazione, ne sono la voce, il rendiconto verificabile della sua attività. Ma la Galleria Borghese, nella perfezione dei suoi spazi, nella densità delle sue collezioni magnifiche, non ha uno spazio espositivo. L’ammonizione che mi veniva fatta («questo è un luogo perfetto, non deve essere alterato») mi ha sempre fatto pensare a un soprano con una voce celestiale cui è impedito di cantare perché non la si sciupi. Il problema quindi era individuare una metodologia espositiva nuova, ideare mostre adatte a essere messe in scena grazie alla Galleria Borghese, con soggetti e argomenti che ricevessero un valore aggiunto di approfondimento e conoscenza specifica dall’essere immersi in questo luogo. È sempre avvenuto, con le 14 mostre realizzate, che si scoprisse qualcosa di nuovo sul luogo, sulle opere della collezione, sugli stessi artisti esposti, che non sarebbe stato possibile focalizzare altrimenti. Non solo su argomenti intrinseci alla Villa, come «I Borghese e l’Antico», «Bernini», «Valadier»; ma anche «Canova e la Venere Vincitrice» che ha fatto scoprire come lo scultore abbia cambiato il suo sguardo sull’antichità e di conseguenza il suo stile venendo in contatto, proprio dentro la Villa Borghese, con Bernini; o con «Cranach. L’altro Rinascimento»; ritengo anche con Giacometti. Le mostre del resto si fanno per conoscere e per essere sorpresi, altrimenti rischiano di essere un’inutile repertorializzazione.

Come Paolucci ai Vaticani, o la Bucarelli alla Gnam, anche lei ha impresso un segno forte. Sente di lasciare una «pesante eredità»?

Tutti noi abbiamo ricevuto una pesante eredità, che dobbiamo assimilare, metabolizzare e possibilmente trasformare in qualcosa di diverso. È un processo continuo, inarrestabile. Deve essere così, è naturale che sia così.

Immagina il futuro del museo?

La pandemia ci ha fatto riflettere sui nuovi equilibri su cui devono assestarsi tutti i musei: esistono delle fragilità, sarà necessario ripensare ai numeri così eccessivi cui eravamo abituati. Credo che la catastrofe che abbiamo vissuto abbia posto fine all’epoca cosiddetta postmoderna, all’esasperato relativismo, al «pensiero debole». Il pianeta tutto si è trovato di fronte alla scelta tra la salute e la libertà: non sono certo dilemmi da pensiero debole. Ci si è trovati a dover scegliere tra la vita e la ricchezza, e la maggior parte delle nazioni ha scelto la vita. Secondo una delle letture più stimolanti che ho fatto in questo periodo, si è trattato di un vero e proprio sacrificio ancestrale, abbiamo offerto la nostra prosperità economica (il nostro Pil) come si offrivano le bestie più grasse sull’altare sacrificale per scongiurare la morte. Dopo dilemmi così fondamentali e scelte che avranno un costo inimmaginabile, non si può che prevedere un nuovo Umanesimo. Che non sia, però, reazionario o pericolosamente nostalgico del passato, ma basato su tutte le possibilità offerte dalla scienza, anche le scienze umane, e dalla tecnologia che va sviluppata senza che si trascurino le tecniche. Insomma, serve coraggio.

Che cosa augura alla Borghese lasciandola?

Che sia molto amata.

Arianna Antoniutti, da Il Giornale dell'Arte numero 409, luglio 2020



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