Anime solitarie

Edvard Munch e Tracey Emin si confrontano alla Royal Academy

«La morte di Marat» (1907) di Edvard Munch
Federico Florian |  | Londra

Lui norvegese, uno dei massimi esponenti del Simbolismo espressionista tra Otto e Novecento. Lei inglese, nome di punta degli Young British Artists. Fino al primo agosto Edvard Munch e Tracey Emin si confrontano alla Royal Academy of Arts, nella mostra «The Loneliness of the Soul», a cura di Edith Devaney. 25 lavori della Emin, dipinti (alcuni inediti), neon e sculture, con 19 oli e acquerelli di Munch, selezionati dall’artista britannica nel Museo Munch a Oslo. Un fil rouge connette le sensibilità dei due artisti nati a distanza di cent’anni.

Entrambi maestri nella rappresentazione del paesaggio emotivo e dell’interiorità; dotati di uno stile impetuoso dall’espressività aggressiva; narratori di storie di dolore, lutto e desiderio. Tra le opere di Munch, descritto dalla Emin come un «vecchio amico nell’arte», «La morte di Marat» (1907), remake del soggetto di Jacques-Louis David con aggiunta, accanto al corpo morente del patriota francese, la sua assassina, Charlotte Corday: personaggi con cui Munch identificava se stesso e la donna che l’aveva appena lasciato. Della Emin un neon del 2014 con scritto «More Solitude» e i tormentati dipinti del corpo dell’artista, nudo e vulnerabile.

© Riproduzione riservata «More Solitude» (2014) di Tracey Emin
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