Anche il papa si occupa di archeologia

Maurizio Sannibale è il nuovo presidente della Pontificia Accademia Romana di Archeologia: fondata dai francesi nel 1810, l’anno dopo ebbe Canova presidente e nel 1816 diventò papale

Lo stemma della Pontificia Accademia Romana di Archeologia Maurizio Sannibale
Giuseppe M. Della Fina |  | Roma

Maurizio Sannibale, etruscologo e direttore del Museo Gregoriano Etrusco (Musei Vaticani), è stato chiamato da papa Francesco a presiedere la Pontificia Accademia Romana di Archeologia. Lo abbiamo incontrato per ricostruire con lui la lunga storia di questa prestigiosa istituzione culturale che, tra i suoi presidenti annovera personaggi celebri come lo scultore Antonio Canova e l’archeologo Pietro Romanelli, e conoscere i progetti in cantiere. Il colloquio ha costituito anche l’occasione per riflettere sul valore e la funzione degli studi umanistici nel nostro tempo.

Presidente, può sintetizzare la lunga storia della Pontificia Accademia Romana di Archeologia?
Quella che oggi è un’istituzione culturale della Santa Sede nasce come Libera Accademia Romana di Archeologia al tempo dell’amministrazione francese di Roma sotto Napoleone. La fondazione data al 4 ottobre 1810 e si deve all’iniziativa di Joseph-Marie de Gérando, alto funzionario del governo imperiale, politico, giurista e filosofo, nato a Lione da una famiglia di origine italiana. Dall’anno seguente ne assunse la presidenza Antonio Canova. Dal 1816 l’Accademia fu posta con decreto papale sotto la protezione del cardinale Camerlengo, mentre il titolo di «Pontificia» le venne conferito da papa Pio VIII nel 1829. Posta sotto la protezione del cardinale segretario di Stato, è collegata al Pontificio Consiglio della Cultura. Presidente d’onore è il Sommo Pontefice. In oltre due secoli di storia, ha visto avvicendarsi ben 25 presidenti, annoverando tra essi illustri esponenti della cultura e dell’archeologia italiana.

Come si svolge la vita dell’Accademia? Quali sono i suoi organi di governo?
L’Accademia promuove lo studio dell’archeologia e della storia dell’arte antica e medievale, con una particolare cura e attenzione ai monumenti archeologici e artistici della Santa Sede. Oltre all’antichità classica, che costituisce il riferimento centrale, estende i suoi interessi a un più largo contesto cronologico e geografico, spaziando di fatto dalla preistoria al Rinascimento. Da sempre conosce una proiezione internazionale che si riflette anche nell’assortimento dei soci al suo interno. A capo dell’Accademia è un presidente, coadiuvato da un consiglio accademico di nove membri.

Può ricordare le iniziative più significative portate avanti negli ultimi anni?
Mi limito ad accennare brevemente, per il suo impatto simbolico, alle celebrazioni per il bicentenario dell’Accademia stessa, accompagnate dalla pubblicazione di un volume monografico e dalla sua presentazione, a sottolineare una longevità non solo celebrativa ma sostanziale. In effetti l’attività più significativa è racchiusa nella sua azione ordinaria che si traduce in un apprezzabile contributo editoriale. Oltre alle pubblicazioni monografiche che appaiono nelle «Memorie», la sola serie dei «Rendiconti» rappresenta un periodico accreditato negli studi specialistici, in cui trovano puntualmente sede le relazioni presentate durante le adunanze pubbliche che si svolgono con cadenza mensile da novembre a giugno.

Quali sono i suoi progetti?
Le linee guida della progettualità futura sono già in nuce nei fini statutari dell’Accademia. Si tratta di accogliere un patrimonio morale e sostanziale, con il compito di tramandarlo arricchito, confrontandoci con la contemporaneità, come del resto ha fatto sino ad oggi l’Accademia. Naturalmente un’accademia non è un’azienda, il suo metodo di lavoro e la sua risorsa è la collegialità, è un bilancio soprattutto morale e immateriale che non manca tuttavia di avere le sue concrete ripercussioni. Auspico per questo una piena ripresa dell’attività normale, che non può prescindere dai rapporti interpersonali, dallo scambio dialettico ed empatico, sia all’esterno che all’interno dell’Accademia, alla quale guardo come a un vero e proprio laboratorio culturale.

Quale funzione possono avere oggi gli studi umanistici?
Gli studi umanistici nella nostra cultura, basata sulla storia e sulla memoria sia nei valori civili sia nella dimensione etica e religiosa, restano centrali nella formazione della coscienza dell’individuo e della società. Sostanzialmente bisogna conoscere da dove si viene per vivere il presente e immaginare i passi futuri. C’è bisogno che ognuno in maniera sana recuperi e conosca la propria identità nello straordinario concerto delle culture in cui si articola la famiglia umana, del passato e di oggi, senza derive. Conosciamo le aberrazioni e le sofferenze prodotte da chi la storia ha voluto riscriverla o addirittura cancellarla. Alla luce della storia, bisogna ricordare che l’archeologia non è una scienza neutra, può costruire una cultura di pace ma generare anche il contrario. La cultura umanistica, nonostante venga dichiarata ripetutamente in declino, può ancora contribuire al nostro bisogno di umanità, soprattutto quando questa sembra venir meno. Non viviamo tempi banali. È necessario che ognuno eserciti il proprio ruolo responsabilmente, attingendo alle migliori risorse, con onestà.

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