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Mostre

Alla Braidense la fortuna milanese di Piranesi

Incisioni da collezioni private e pubbliche nella città che l'artista non visitò mai

Frontespizio di «Le Antichità Romane, III», di Giambattista Piranesi, Roma, 1756

Incisore impareggiabile, architetto, archeologo e titolare di un’importante bottega d’arte a Roma che nel 1799, caduta la Repubblica Romana, fu trasferita dai figli a Parigi, Giambattista Piranesi (Venezia, 1720 - Roma, 1778) è al centro della mostra «Piranesi a Milano 300» (dall’1 ottobre al 14 novembre, catalogo Scalpendi), curata per la Biblioteca Braidense da Pierluigi Panza (cocuratore anche della rassegna in chiusura nei Musei Civici di Bassano del Grappa) e Aldo Coletto.

Centrata sul suo successo a Milano, città che non visitò mai, la rassegna espone incisioni prestate dalle più note collezioni pubbliche e private locali e, assoluta novità, dalla Scuola Militare Teulié, che possiede il corpus completo della sua opera incisoria (già appartenuto a un importante fonditore scozzese dell’800) giunto qui nel secolo scorso da un imprenditore milanese.

La fortuna di Piranesi a Milano era però molto precedente: sue opere figuravano nella collezione Trivulzio e in quella del plenipotenziario austriaco Carlo Firmian e già nel 1803-06 Giuseppe Bossi ne acquisì alcune per Brera: «Sulle sue tavole si esercitavano gli allievi della Scuola di Ornato» spiega Panza, cui si deve anche la scoperta di «un’occasione mancata per Milano: nel 1808 il figlio Francesco scrisse da Parigi al viceré Eugenio di Beauharnais chiedendogli un (enorme) spazio dove trasferire la calcografia con tutti i rami e la loro industria francese. Beauharnais rispose che non c’erano spazi neanche per le Magistrature. E la cosa finì lì».

Fra le altre primizie della mostra l’accento sull’influsso di Piranesi sui fratelli Galliari, primi scenografi della Scala (in mostra anche due costumi scaligeri del «Don Giovanni», così simili alle vesti delle minuscole figure delle sue «Vedute di Roma») e un suo ritratto inedito del veneto Giorgio Telié.

Ada Masoero, da Il Giornale dell'Arte numero 411, ottobre 2020



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