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Archeologia

Alfonsina Russo archeologa dal pollice verde

Gli interventi messi in atto dalla direttrice del Parco del Colosseo e (ad interim) del Museo Nazionale Romano

Il Foro romano visto dal Palatino. © Simona Murrone

Roma. Dal dicembre 2017, a dirigere il Parco Archeologico del Colosseo è Alfonsina Russo. Il Parco comprende l’area archeologica centrale di Roma, ovvero, oltre all’anfiteatro Flavio, il Foro Romano, il colle Palatino e la Domus Aurea, costituendo il sito archeologico più grande, importante e visitato al mondo. Oltre 7,5 milioni di visitatori lo percorrono ogni anno nei suoi 44 ettari aperti al pubblico (di complessivi 77), andando in contatto con alcune delle più importanti testimonianze della plurimillenaria storia della civiltà occidentale.

Dottoressa Russo, che cosa significa per lei dirigere un luogo di questo genere?

Onori. E oneri. I primi due anni abbiamo avviato la macchina, e ora procediamo. I punti che abbiamo maggiormente curato, con gruppi di lavoro dedicati, sono la manutenzione programmata di tutti i monumenti, grazie a un continuo monitoraggio, e il decoro, in nome del quale abbiamo rinnovato la segnaletica, la pannellistica, alcuni servizi, nonché percorsi e macchinari per disabili. Sono un’archeologa con il pollice verde: ho promosso progetti di cura generale di tutta la vegetazione, ho fatto rinascere il Viridarium Palatinum con il roseto, voluto da Giacomo Boni (creando una nuova rosa, la Rosa Augusta Palatina, che abbiamo dedicato a Greta Thunberg). Sul Palatino e dintorni vivono 200 piante di ulivo, che ora sfruttiamo per produrre olio. E poi le api: le abbiamo allocate in due grandi arnie, con cui il Parco Archeologico del Colosseo produce 400 chili l’anno di buonissimo miele. La valorizzazione, finalizzata alla creazione di un pubblico diversificato e consapevole, ha a fondamento strumenti multimediali atti alla ricostruzione virtuale di ambienti. Nuovo pubblico è attratto pure dalle mostre d’arte contemporanea tra le rovine, pubblico giovane. I tanti cantieri di restauro sono «parlanti», ovvero con una recinzione didattica. Per me ricerca, tutela e valorizzazione sono un processo unico e concatenato.

Nel 2017 il Parco del Colosseo è divenuto, con la riforma Franceschini, istituto autonomo. Quali sono i vantaggi dell’autonomia?

Sono sotto gli occhi di tutti. Solo con l’autonomia si ha modo di curare una realtà così complessa nei suoi dettagli, con politiche mirate. Con Franceschini si è chiarito anche la questione fondi. Noi conserviamo il 50% degli introiti, il 30% va alla Soprintendenza speciale di Roma, il 20% al sistema museale nazionale. Prima del 2014 l’intera somma andava al Mef (Ministero dell’Economia e delle Finanze, Ndr), che raramente faceva tornare i soldi alla vera fonte. Ora, con i concorsi appena avviati dal Mibact di assistenti alla fruizione, accoglienza e vigilanza, risolveremo anche il problema dell’organico. Concorsi futuri porteranno anche nuovi archeologi, architetti, ingegneri e personale amministrativo, di cui abbiamo bisogno.

La pressione antropica è un pericolo?

La gestiamo, ma il numero dei visitatori può ancora crescere. Al Colosseo facciamo entrare un massimo di 3mila persone in contemporanea. Ma il Colosseo soffre più per gli agenti atmosferici che per gli uomini: il vento, ad esempio, erode interi segmenti di pareti. Sto affrontando il problema con la nuova responsabile del Colosseo, Federica Rinaldi.

E i lavori per la Metro C, anche lì nessun pericolo?

Le opere di studio e salvaguardia tutelano i monumenti e io mi vedo settimanalmente con un gruppo di lavoro di tecnici, per monitorare la situazione.

Programmi per il 2020?

Tanti. Il restauro della Colonna Traiana, dell’Arco di Settimio Severo (quello di Tito è appena terminato), del Tempio di Saturno e di quello di Vesta, della Casa delle Vestali, che verrà in parte musealizzata, e poi la riapertura del Clivo della Vittoria e della Domus Tiberiana, la prosecuzione dei lavori agli Horti Farnesiani. Renderemo percorribile l’Arena del Colosseo. E poi le mostre. A marzo, «Raffaello alla Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche», a maggio «Pompei/Roma», sul rapporto tra le due città, e a novembre una mostra su Giacomo Boni, un secolo fa direttore dell’area centrale, archeologo all’avanguardia e uomo visionario. La ospiteremo all’Antiquarium, che stiamo restaurando, e riaprirà per l’occasione.

Ha un segreto per governare un universo composito e problematico come il Parco del Colosseo?

Ci vogliono coordinamento e concentrazione, e doti di psicologa. Io, per decidere il conferimento di un incarico, studio prima la persona che sta dietro il funzionario, le sue inclinazioni e passioni. Solo seguendo le proprie passioni si può ottenere qualcosa. In fondo è quello che ho fatto con me stessa.

Ora, questa arte, avrà modo di espletarsi anche al Museo Nazionale Romano, di cui Alfonsina Russo ha avuto l’interim.

Guglielmo Gigliotti, da Il Giornale dell'Arte numero 405, febbraio 2020



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