Al MUSA gli artisti non degenerati

L’allestimento viennese ripercorre non solo il periodo nazista, ma anche il dopoguerra, quando il nazismo venne sovente semplicemente rimosso

Igo Pötsch, «Partenza del Führer per la proclamazione del 15 marzo 1938», 1940
Flavia Foradini |  | Vienna

La mostra del Wien Museum «In linea. Politica delle arti durante il nazismo a Vienna», aperta nel MUSA fino al 24 aprile, scandaglia i legami tra nazionalsocialismo e arte nella capitale austriaca. «Soltanto nei depositi del Wien Museum giacciono un migliaio di opere di èra nazista, da ritratti kitsch di Hitler a statue di eroi pseudoariani. Il compito di un museo è raccogliere e conservare. Ma in questo caso vale questo assunto?».

A porsi lo spinoso interrogativo è il direttore del Wien Museum, Matti Bunzl, che ha deciso di dedicare risorse e ricerca a un tema che vede negletto: «Il fenomeno dell’arte “degenerata” è stato molto approfondito, come pure la produzione di artisti in esilio e le razzie di opere d’arte durante il Terzo Reich. È sorprendente quanto poco si sia affrontato invece il tema dell’arte allineata al nazionalsocialismo».

Ecco allora la ricerca compiuta da Ingrid Holzschuh e Sabine Plakolm-Forsthuber sugli archivi della «Reichskammer» delle Belle Arti di Vienna, fondata nel 1933, dove sono stati trovati 3mila fascicoli di altrettanti artisti: «Una miniera di informazioni che ci ha permesso di sondare la quotidianità degli artisti dell’epoca, per i quali l’ideologia divenne prassi di vita: la maggior parte di essi si adeguò o trovò un modus vivendi con il regime. Le loro opere vanno quindi considerate in questo contesto. Ogni altra espressione artistica venne vietata o distrutta».

La mostra ripercorre non soltanto il periodo nazista, ma offre anche uno sguardo critico sul dopoguerra, quando il nazionalsocialismo venne sovente semplicemente rimosso, e per l’inizio di un lavoro di scavo si dovette attendere il caso Waldheim alla metà degli anni ’80. Al quesito su che fare dell’arte conforme al nazismo, presente nei depositi del museo, Bunzl e i suoi curatori non sanno ancora dare una risposta: «Però il lavoro sotteso a questa mostra è un passo in avanti».

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