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Mostre

Ai Weiwei per i desaparecidos

L'artista ha realizzato con mattoncini Lego un omaggio agli studenti di Ayotzinapa

L'inaugurazione della mostra di Ai Weiwei a Città del Messico

Città del Messico. Il 26 settembre del 2014 un autobus con 46 studenti della scuola rurale di Ayotzinapa, incrocia il suo destino con quello di un gruppo di polizia, militari, funzionari pubblici e narcotrafficanti. Due furono ritrovati morti, uno è in coma irreversibile e 43 sparirono. Dopo quattro anni, nonostante le commissioni internazionali e le ricerche delle famiglie, ancora non si conosce la verità e i desaparecidos di Ayotzinapa sono diventati il simbolo della corruzione e dell’impunità che corrodono il Messico.

Da questo dramma collettivo Ai Weiwei ha sviluppato in stretto contatto con le famiglie degli studenti e le associazioni per i diritti civili un progetto che unisce con il filo rosso della violenza e del dolore due Paesi geograficamente e culturalmente lontani come il Messico e la Cina. Il risultato delle sue ricerche e delle sue conversazioni con gli implicati si cristallizza nella mostra «Restableciendo memorias», prodotta dal Muac, il Museo d’Arte Contemporanea della Universidad Nacional Autónoma de México (Unam), la più grande del Paese e una delle migliori del mondo, dove si potrà visitare fino al 6 ottobre.

«Questo progetto mi ha permesso di conoscere a fondo la società messicana. Il sapere è strettamente vincolato con la memoria. Tutti dobbiamo lottare affinché la verità e la giustizia trionfino. La società ha il diritto di conoscere le ragioni degli orrendi crimini che generano vuoto e rancore. Ayotzinapa è un’ingiuria alla dignità umana, le famiglie devono sapere la verità per trovare un po’ di consolazione», ha affermato Ai Weiwei, ricordando che durante la sua prigionia nelle carceri cinesi l’unica consolazione era sapere che la sua famiglia lottava per la sua liberazione, appoggiata del resto da gran parte della comunità artistica internazionale.

La mostra, curata da Cuauhtémoc Medina, si compone di due opere monumentali: il suo più importante readymade storico-politico, il «Salone ancestrale della famiglia Wang» (2015), montato in queste sale da nove falegnami arrivati dalla Cina, che hanno unito i più di 1.300 elementi della struttura senza un solo chiodo e i ritratti degli studenti sequestrati e assassinati, realizzati con un milione di mattoncini Lego da 150 volontari della facoltà di Architettura, accompagnati da una dettagliata cronologia dei fatti. Inoltre entro la fine dell’anno verrà presentato «To be», un documentario sulle conseguenze sociali e personali della scomparsa, «sulla vita di chi è restato a soffrire la loro assenza e a lottare per la verità. In Cina la gente non ha più la forza di lottare, ma per il Messico c’è ancora speranza», ha concluso Ai Weiwei.

Roberta Bosco, da Il Giornale dell'Arte numero 397, maggio 2019


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