AI e fotogiornalismo: dietrofront del World Press Photo

Il premio annuncia l’ammissione delle immagini AI nella categoria «Open Format», ma la ritira pochi giorni dopo in seguito all’indignazione della comunità fotografica

«Woman, Life, Freedom» (2023), di Middle East Images/IranWire (fotografi anonimi), vincitori della categoria «Open Format»
Lewis Bush |

Quando una fotografia non è una fotografia? Questa è la domanda che dal 16 novembre aleggia intorno al World Press Photo (Wpp), quando il prestigioso premio ha annunciato che avrebbe permesso di candidare immagini generate dall’intelligenza artificiale nella categoria «Open Format», dove viene consentito di interpretare l’attualità in modi più creativi rispetto ad altre categorie, permettendo l’uso di tecniche come il collage e l’esposizione multipla.

L’annuncio che le immagini generate dall’AI sarebbero state ammesse al concorso ha suscitato tuttavia una tempesta di critiche da parte di fotografi e di soggetti che operano nel campo della fotografia giornalistica. Ad esempio, Santiago Lyons, responsabile dell’advocacy e dell’educazione per la Content Authenticity Initiative (un progetto che mira a contrastare la disinformazione visiva e l’errata attribuzione), ha scritto su X (ex Twitter) in risposta all’annuncio: «è profondamente deludente e, a mio parere, completamente fuorviante. Le immagini generate dalle AI non hanno posto in questo concorso». Altri hanno anche sottolineato la delicatezza del momento in cui avviene questo annuncio, data l’abbondanza di disinformazione generata dall’AI che si trova nelle news attualmente in circolazione, in particolare sul conflitto tra Israele e Palestina.

Su Instagram l’annuncio è arrivato sotto forma di un post del World Press Photo. Subito si è scatenata una forte reazione critica nei commenti degli utenti (uno di loro ha scritto «Riposa in pace World Press Photo!»). Altri utenti hanno utilizzato i propri account per commentare la decisione. Tess Raimbeau, photo editor del quotidiano francese «Libération», ha scritto su Instagram che «mentre l’AI può avere a che fare con l’arte, non ha nulla a che fare con il fotogiornalismo... Penso che la nostra professione debba tracciare una linea chiara, se vogliamo tenere viva la poca fiducia che il pubblico ha in noi».

Di fronte alle critiche quasi globali (e a una petizione firmata dagli addetti ai lavori), il Wpp, appena cinque giorni dopo l’annuncio, il 21 novembre, ha ribaltato la decisione originaria annunciando che non avrebbe ammesso immagini generate dall’AI.

La decisione iniziale di Wpp e la sua brusca revoca devono essere considerate sulla base di due fattori: in primo luogo la storia recente del premio e in secondo luogo i vasti mutamenti avvenuti nel mondo del giornalismo e delle tecnologie. Per quanto riguarda la prima, nell’ultimo decennio una serie di scandali legati alla manipolazione delle immagini ha scosso la reputazione del premio e danneggiato la sua credibilità. Ad esempio, nel 2010 Stepan Rudik, vincitore del terzo premio nella categoria «Sport», è stato squalificato quando è venuto fuori che una delle sue fotografie era stata alterata, anche se in maniera minima. Nel 2013, invece, Paul Hasen, il vincitore della categoria «Foto dell’Anno» è stato accusato di aver presentato una foto alterata, che mostrava il funerale di due ragazzi palestinesi uccisi da un attacco aereo israeliano. Le accuse non sono mai state provate. Questi e altri scandali hanno infine portato all’introduzione di nuove regole estremamente rigorose sulla manipolazione delle immagini, nonché di nuovi test tecnici approfonditi per verificare che gli scatti vincitori non fossero stati indebitamente alterati.

Queste regole, nell’edizione del 2015, hanno portato all'eliminazione del 20% delle candidature del premio, a dimostrazione dell’enorme portata del problema della fotomanipolazione nel fotogiornalismo. Questa questione ha anche reso il premio molto sensibile al feedback della comunità, come quello ricevuto la scorsa settimana.

In secondo luogo, per quanto riguarda i cambiamenti più ampi nel campo della fotografia, il premio Wpp, che ha ormai 78 anni, è sottoposto a una notevole pressione per trovare il modo di rimanere rilevante, a fronte del calo della fiducia del pubblico nel giornalismo visivo e delle successive ondate di cambiamenti e innovazioni nel modo in cui i fotogiornalisti lavorano. Le immagini generate dall’AI rappresentano per molti versi una collisione tra questi due aspetti del premio. Un numero crescente di fotografi le utilizza, e non solo quelli dell’ala artistica del settore. Per esempio, Michael Christopher Brown, collaboratore di lunga data di testate notoriamente fotogiornalistiche come il «National Geographic», ha recentemente realizzato una serie intitolata «90 Miles», che utilizza immagini generate dall’AI per esaminare la storia di Cuba e gli eventi che hanno motivato i cubani a emigrare attraverso l’oceano verso gli Stati Uniti.

Lavori come questi hanno generato un interesse diffuso, e la sperimentazione con le AI generative da parte di fotografi come Brown esercita una pressione crescente su organizzazioni come Wpp affinché annuncino una posizione netta nei confronti di queste nuove tecnologie. Ma per molti, nella comunità del fotogiornalismo, le immagini generate dall’AI rappresentano un tipo di immagine non veritiera paragonabile alle immagini manipolate, e quindi dovrebbero essere inequivocabilmente escluse dal premio.

Paradossalmente, queste immagini (che rappresentano una minaccia anche per le carriere e i guadagni dei fotogiornalisti) esistono proprio perché i sistemi generativi che le producono sono addestrati su immagini preesistenti, comprese quelle prodotte da quegli stessi fotoreporter. Se le immagini generate dall’AI vengono confermate da istituzioni rispettate come Wpp come una forma legittima di giornalismo visivo, minacciano l’idea basilare del fotogiornalista come testimone oculare di eventi globali, rendendo questa figura vulnerabile ai tagli delle organizzazioni giornalistiche, alla costante ricerca di modi per ridurre i costi.

Il problema è che la categoria «Open Format» del Wpp è stata creata proprio per consentire metodi non convenzionali di creazione e narrazione delle immagini, comprese tecniche come il collage, che in termini molto semplicistici non sono  poi così diverse dall’AI generativa. Pertanto è improbabile che le questioni sollevate in questi giorni scompaiano del tutto dopo la rapida retromarcia del Wpp. Ci saranno autori che continueranno a spingere affinché il premio si impegni a considerare questo nuovo modo di fare immagini, anche se per ora sembra che la maggioranza sia contraria.

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