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Maurita Cardone
Leggi i suoi articoliGli artisti hanno da sempre la prerogativa dell’immaginazione e, in un’epoca di incertezza e ansia climatica, immaginare il futuro è un’operazione che richiede tutta la creatività di cui l’arte è capace. Questo il compito che è stato affidato ai tre artisti che hanno partecipato alla prima edizione della Threshold Fellowship del Headlands Center for the Arts: Erica Deeman, Denice Frohman e Olalekan Jeyifous. Il loro lavoro è esposto fino al 10 dicembre negli spazi di Pioneer Works a Brooklyn, New York, in una mostra intitolata «Climate Futurism», a cura dell’ecologista ed esperta di politiche del clima Ayana Elizabeth Johnson.
Partendo proprio da un libro di quest’ultima, dal titolo What If We Get It Right?, gli artisti hanno approfondito temi come la creazione di nuove tradizioni, la trasformazione dei sistemi alimentari, la connessione con la natura, la forza delle diaspore e la ricerca di giustizia e amore.
In un’installazione che ha un che di spettrale e ancestrale insieme, Erica Deeman trasporta gli spettatori in un futuro decolonizzato radicato nei sistemi di credenze dei neri e degli indigeni. «Give Us Back Our Bones» è un paesaggio di frammenti (di ossa?) sospesi al soffitto e in cui sono incapsulati semi di alimenti storicamente legati alla diaspora africana. L’artista, la cui famiglia è emigrata dalla Giamaica al Regno Unito, accosta a questa installazione, le due valigie utilizzate dalla madre durante quel viaggio migratorio, evidenziando così il legame tra esperienza individuale e collettiva, in risposta alle crisi climatiche.
«Puerto Rico No Se Vende» è lo slogan con cui la poetessa Denice Frohman compie un’incursione nell’arte visiva, creando una serie di sculture al neon che fanno da contorno a composizioni poetiche che contengono una critica delle politiche coloniali che plasmano il rapporto Porto Rico-Stati Uniti. Le sue poesie si intrecciano con la storia della sua famiglia di coltivatori di caffè, sullo sfondo di immagini girate da Cecilia Aldarondo che mostrano la ricchezza della natura dell’isola e la resilienza delle popolazioni locali.
In «Frozen Neighborhoods», invece, Olalekan Jeyifous ci riporta a Brooklyn, ma in una versione utopica, in cui il più grande distretto di New York si trasforma in una distesa verde in cui tecnologia e natura interagiscono per trovare soluzioni innovative di produzione alimentare, distribuzione idrica e mobilità. Le sue opere sono intrise di un afrofuturismo gioioso e ottimista.
Attraverso i lavori dei tre artisti, la mostra traccia i contorni di un futuro in cui il cambiamento climatico si contrasta non soltanto con soluzioni tecnologiche ma con la componente umana e sociale, fatta di saperi locali, creatività, collaborazione e speranza. A corredo della mostra, Pioneer Works ospita una serie di programmi curati dalla stessa Johnson e dedicati ai temi dell’agricoltura rigenerativa e delle diaspore climatiche.
Veduta dell’installazione di Olalekan Jeyifous. Cortesia dell’artista e di Pioneer Works. Foto di Dan Bradica
Veduta dell’installazione di DeniceFrohman. Cortesia dell’artista e di Pioneer Works. Foto di Dan Bradica
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