A Kiev quando la guerra era solo uno spettro

Nei giorni precedenti l’invasione russa, Marco Riccòmini ha visitato il Museo Nazionale Khanenko colmo di opere italiane

L’interno del Museo in una foto d’epoca
Marco Riccòmini  |

Kiev, 21 febbraio. Quattro gradi sopra lo zero e un cielo canna di fucile. Dall’aereo i laghi attorno all’Oblast di Kiev sono lastre di ghiaccio trasparente e in città cumuli di neve vanno annerendo ai bordi delle strade. Vorrei sdrammatizzare osservando che la «finestra» per un attacco via terra va esaurendosi, perché l’arrivo delle piogge trasformerà la pianura in un pantano. Qui la memoria della Battaglia della sacca di Kiev, la più cocente delle sconfitte subite dai russi nel secondo conflitto mondiale, è ancora viva: basta guardare agli altari eretti ai caduti, sparsi ovunque.

Ma, in apparenza, nella capitale la vita trascorre normale. Al ristorante dove mi servono varenyky (ravioli) con panna acida, un gruppo alza i calici e invita alla festa. Alla funzione della domenica sera, la Cattedrale ortodossa di San Vladimiro, disegnata sulla fine dell’Ottocento in stile neo-bizantino da Alexander Vikentievich Beretti (1816-95) e tappezzata dagli spettacolari affreschi simbolisti di Viktor Michajlovič Vasnecov (1848-1926), è stipata di fedeli con candele di cera grezza in mano.

Nella penombra, tra fumi d’incenso, alla vista del crocchio di spalle del 93enne patriarca Filarete di Kiev coronato d’una tiara dorata e dei suoi accoliti, con paramenti che parevano cavati dal «Bacio» di Klimt, tra cori altissimi a voci miste, m’è venuta la pelle d’oca. «Uh! Com’è difficile restare calmi e indifferenti / Mentre tutti intorno fanno rumore / In quest’epoca di pazzi ci mancavano gli idioti dell’orrore», per dirla con Battiato (e per fortuna non «ho sentito degli spari in una via del centro»).

Non so quanti dei nostri lettori sanno che nella capitale ucraina, come altrove nel Paese, i musei sono zeppi di opere d’arte italiana. Prima che emergesse la versione di Dublino, il Museo d’Arte Occidentale e Orientale di Odessa a lungo è stato noto per la sua «Cattura di Cristo», che si pensava di Caravaggio (e in compenso molti altri dipinti italiani rimangono ancora da indagare).

Qui, invece, nel palazzetto in stile eclettico neorinascimentale affacciato sull’antico parco Nikolayevsky (oggi Taras Ševčenko), in faccia al colonnato dorico rosso pompeiano dell’Università, i coniugi Bohdan e Varvara Khanenko, grazie agli immensi proventi del commercio dello zucchero, raccolsero migliaia di oggetti e opere d’arte, di varia epoca e natura, frutto di continui viaggi e acquisizioni nelle capitali dell’Europa Occidentale, a cominciare dal loro viaggio di nozze in Italia.

Già l’ingresso, con boiserie neogotica che fodera interamente le pareti (dentro cui è incastrata pure una tela napoletana del Settecento) e il motivo dei gigli fiorentini alternati a grifoni rampanti graffiato sulle pareti, lascia intendere che cosa ci aspetta. L’occhio corre al fondo dell’atrio, dove uno accanto all’altro stanno un bronzo a grandezza naturale del «Mercurio a riposo» firmato sulla base in marmo grigio da «Chiurazzi-Naples», uno del Gladiatore borghese e i gessi del «San Giorgio» di Donatello d’Orsanmichele di Firenze e della «Venere di Milo».

«Le svelerò un piccolo segreto, confida la curatrice Olena Zhivkova, sorridendo da dietro gli occhiali dalla spessa montatura. Lo vede quel filetto di nastro adesivo posto a fianco delle opere? Ecco, il giallo indica la seconda scelta, mentre il rosso, più raro, mostra le priorità assolute. E mi creda, mi si è spezzato il cuore, ma una scelta andava fatta, va fatta, anche a costo di sacrifici». Quale scelta?, domando, cercando di capire.

«Nel caso dovessimo ricevere l’ordine di mettere le opere al riparo, spiega, e disponessimo di poche ore (non più di due, tre al massimo, ci dicono), prenderemmo le opere marcate con il nastro rosso e le porteremmo nelle cantine che abbiamo provveduto a rinforzare. Quando poi avessimo altro tempo a disposizione, metteremmo al riparo anche quelle segnate in giallo, ma forse quel tempo non lo avremo mai». La curatrice estrae dal cassetto un manuale scritto in ucraino (stampato nel 2016) con le istruzioni da seguire in caso di emergenza. Anche quella d’una guerra? «Proprio quella d’una guerra», risponde seria.

Così, sembra messa apposta la citazione dal Canto IV del Paradiso di Dante che corre attorno al lucernario che rischiara lo scalone d’ingresso: «Intra due cibi, distanti e moventi d’un modo, prima si morria di fame che liber uom l’un recato ai denti». La volle il padrone di casa, che aveva le idee piuttosto chiare su ciò che gli piaceva, e che non rischiava certo di fare la fine dell’asino di Buridano, morto di fame per non saper scegliere tra due fasci di fieno a lui ugualmente distanti (e in questi tempi incerti pare uno sprone alle scelte che s’impongono alla curatrice).

Alle pareti un mix di tele italiane barocche, per lo più venete, molte note (come il «Capriccio» di Bernardo Bellotto, con le rovine immaginarie d’una moderna Dresda o la grande «Venere» di Pietro Liberi), altre sconosciute (come un «Giuseppe e la moglie di Putifarre» di Gregorio Lazzarini, una grande «Battaglia» di Francesco Simonini o un «Entierro» verticale di Alessandro Magnasco).

Ed è solo l’inizio, perché poi al primo piano si accede a una sala neorinascimentale e un po’ anche gotica, degna d’un set di film in costume, dove alle pareti, intorno a un ampio camino in pietra, stanno appese tavole tre e quattrocentesche che avrebbero fatto morire d’invidia uno come Henry Clay Frick o Isabella Stewart Gardner, per dire (ma anche il nostro Gian Giacomo Poldi Pezzoli), più per l’ambientazione che per la qualità stessa delle opere. Opere che, dopo la Rivoluzione d’ottobre, i bolscevichi etichettarono letteralmente come «bourgeois».

Letteralmente, perché, come si vede da foto d’archivio, arrivarono ad affiggere sulle pareti manifesti che mettevano in guardia i visitatori di come ciò che stavano guardando fosse frutto del gusto disgustosamente decadente dei borghesi (che, poi, nel caso dei Khanenko non era esatto, visto che almeno Bohdan discendeva da un’antica famiglia aristocratica, ma così va il mondo).

Senza parlare poi dei dipinti olandesi, fiamminghi, francesi o spagnoli, o delle raccolte d’arte orientale, cinese, giapponese o islamica, radunate nella palazzina attaccata, sempre parte delle raccolte dei Khanenko all’inseguimento dell’idea d’un museo universale. «E del Canova cosa ne pensa?». «Canova?». «Era all’ingresso». Celeberrimo, il suo marmo della «Pace» è tornato più volte in tour anche in Italia.

Penso che il Canova stava quasi per dimenticarsene, nella lettera che stava terminando all’amico Antoine Chrysostome Quatremère de Quincy (1755-1849): «Oh! Non voglio scordarmi di dirvi, che debbo fare la statua della “Pace” per il colonnello Romanzoff [Rumjancev], ministro di Stato dell’Impero Russo». E il francese, comodo in poltrona in quel di Passy, se la rideva: «Voi me mandate che dovete far una “Pace” per la Russia, ed io vi mando che fra poco tempo faremo la guerra con questa potenza». Guerra? Era il gennaio 1812, non c’è da stupirsene.

Tuttavia, anziché terminare filosoficamente come faceva l’amico di penna del Canova («Lasciamo andar il mondo al diavolo»), noi il «mondo» lo siamo andati a guardare dal vero. Ma, come avrebbe chiosato Battiato: «Mr. Tamburino non ho voglia di scherzare» e, infatti, la faccenda è maledettamente seria.

Guerra Russia-Ucraina 2022

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