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Alighiero Boetti, «Mappa», 1983

Courtesy of Magazzino Italian Art. Foto Marco Anelli

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Alighiero Boetti, «Mappa», 1983

Courtesy of Magazzino Italian Art. Foto Marco Anelli

Ventisette anni di Alighiero Boetti al Magazzino Italian Art

Nell’istituzione di Cold Spring è allestito un nucleo storico di opere dell’artista torinese che spazia dal 1966 al 1993, da Torino all’Afghanistan

Stefano Luppi

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Alighiero Boetti (Torino, 1940-Roma, 1994) «torna» negli Stati Uniti (nel 2012 si svolse al Mof MoMA di New York, l’importante mostra «Game plan», mentre l’artista esordì negli States nel 1973-74 alla John Weber Gallery e alla galleria Gian Enzo Sperone di New York) con l’esposizione «Tutto Boetti 1966-1993», allestita al Magazzino Italian Art di Cold Spring (New York) dal 26 aprile al 26 aprile 2028. «In questa mostra, spiegano i collezionisti Nancy Olnick e Giorgio Spanu, proprietari del museo e centro di ricerca sull’arte del secondo dopoguerra italiano fondato fuori New York nel 2017 e ampliato nel 2023, presentiamo innanzitutto il nucleo storico di opere di Boetti riunito grazie al rapporto che abbiamo maturato con la Galleria Stein (dove, a Torino, risale, nel 1967, l’esordio personale dell’artista, Ndr). Ciò permette oggi una piena valutazione critica di un momento fondativo nella carriera dell’artista e nella storia dell’Arte Povera. L’appuntamento vede anche la collaborazione con la Fondazione Alighiero e Boetti e prestatori di grande rilievo, contribuendo così in modo significativo alla completezza del progetto». 

Il percorso al museo americano diretto da Nicola Lucchi inizia con il nucleo citato da Olnick e Spanu, composto da opere dei primi anni di attività, 1966 in particolare, poi presenti in quella storica personale del ’67: tra loro «Triplo metro», composta da una canna di bambù su cui è montato un metro con un uso concettuale della misurazione e dello spazio, «Asta di misurazione», scultura in ferro verniciato, «Mancorrente a squadra» e «Pannello luminoso e Clino», sempre con materiali industriali, di uso comune e «primari» vicini all’estetica dell'Arte Povera (Germano Celant lo inserì nel 1967 e 1968 nelle mostre fondative del movimento «Arte povera-IM» di Genova e «Arte Povera + Azioni Povere» di Amalfi) e legati a riflessioni concettuali ed estetiche. Attraverso tali lavori l’artista mette in discussione atti importanti dell’agire in generale e dell’arte in particolare come la misura, la funzione, l’autorialità, la rappresentazione, non dimenticando di restituire tali riflessioni attraverso una dimensione scultorea, evidente, ad esempio, in «Pavimento luminoso», qui esposto e composto da una struttura lignea con un sistema d’illuminazione al suo interno disposta a terra, e da «Mazzo di tubi» dello stesso anno composta da sedici tubi in Pvc assemblati verticalmente. Quest’ultima opera permette anche di riflettere su temi centrali della poetica boettiana, quali le classificazioni e il rapporto tra ordine e variazione attraverso processi e percorsi strutturali.

A seguire, sulle pareti, sono allestite opere risalenti agli anni trascorsi a Roma, città in cui Boetti si trasferisce nel 1972: qui realizza lavori a biro di ampie dimensioni legati, ad esempio, a temi per lui in divenire per gli anni seguenti quali la dualità, l’autorialità, la delega esecutiva: ne è un esempio «Da mille a mille» (1975), composta da 11 fogli di carta millimetrata colorati dagli assistenti lasciati liberi di agire. Ma in quello stesso periodo Boetti scopre l’Afghanistan (1971, la prima volta), dove gestisce con Gholam Dastaghir l’One Hotel di Kabul fino alla nascita della Repubblica Islamica con l’ayatollah Khomeini: nel decennio dall’ammirazione per il lavoro tessile praticato dagli artigiani locali nascono le sue opere tessili più note, le Mappe e i Ricami, commissionate a ricamatrici afghane. Un esempio in mostra è la Mappa del 1983, nella quale risalta il rapporto tra l’alta manualità artigianale cui si aggiunge un intervento minimo dell’artista dando vista a un colorato caos. Il titolo della rassegna però richiama un’altra serie molto nota di Boetti, «Tutto», cui si dedica dagli anni Ottanta. È questo il culmine del suo rigore concettuale e disordine visivo legati alle carte geografiche tipici della produzione di arazzi policromi ancora composta da ricami su cotone, in questo caso da artigiane del Pakistan.

Alighiero Boetti, «Manifesto», 1967. Courtesy of Magazzino Italian Art. Foto Marco Anelli

Stefano Luppi, 23 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

Ventisette anni di Alighiero Boetti al Magazzino Italian Art | Stefano Luppi

Ventisette anni di Alighiero Boetti al Magazzino Italian Art | Stefano Luppi