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Nona Faustine, «They Tagged The Land With Trophies and Institutions From Their Rapes and Conquests, Tweed Courthouse, NYC», 2013, New York, MoMa – Museum of Modern art, collezione «White Shoes»

Copyright © 2026 Nona Faustine

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Nona Faustine, «They Tagged The Land With Trophies and Institutions From Their Rapes and Conquests, Tweed Courthouse, NYC», 2013, New York, MoMa – Museum of Modern art, collezione «White Shoes»

Copyright © 2026 Nona Faustine

Uno sguardo acuto e un obiettivo, le donne si riprendono i loro spazi al MoMa

A New York l’archivio fotografico di Marianne Wex entra in dialogo con le opere di sette artiste contemporanee per indagare corpo, genere, razza e identità attraverso una prospettiva femminista

Anna Aglietta

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Nel 1977 Susan Sontag scrisse che «le fotografie alterano e allargano le nostre nozioni su ciò che vale la pena guardare e ciò che abbiamo il diritto di osservare. Sono una grammatica e, ancora più importante, un’etica del vedere». Con una frase, la sociologa americana ha riassunto così un dibattito fondamentale del mondo della fotografia e, più in generale, dell’arte: quello della rappresentazione. Solo nell’ultimo secolo, infatti, e anche grazie alla natura democratizzante della fotografia, coloro storicamente ignorati hanno avuto l’opportunità e il potere di controllare la propria narrativa e immagine. 

Una nuova mostra al MoMA di New York si concentra proprio su questo tema, esplorandolo dal punto di vista della donna, per millenni soggetto, musa e modella e, finalmente, anche autrice della propria storia. «Taking Back Our Space», aperta dal 20 settembre al 2 maggio 2027 e curata da Roxana Marcoci, esplora infatti la relazione tra corpo e spazio da una prospettiva femminista, attraverso lo sguardo di otto artiste.

Alla base del percorso espositivo c’è una serie di Marianne Wex (1937-2020): a partire dal 1972, per cinque anni Wex ha fotografato uomini e donne nelle strade di Amburgo, creando un catalogo dei loro movimenti diviso per genere. Il risultato, «Let’s Take Back Our Space: “Femal” and “Male” Body Language as a Result of Patriarchal Structures», evidenzia l’impatto del patriarcato nel modo in cui le donne abitano gli spazi pubblici. «È un archivio visivo di portata epica, racconta Marcoci a proposito di Wex. Il suo progetto di identificare e disimparare le forme di pregiudizio è oggi, nel XXI secolo, più attuale che mai». 

Per la mostra Marcoci mette in dialogo Wex con sette artiste contemporanee, che portano nuove prospettive sul tema della rappresentazione, esplorando concetti di identità di genere e di razza oltre al binarismo e mettendo in discussione questioni di sovranità e colonizzazione. 

Joiri Minaya, «Wake», 2022, New York, MoMa – Museum of Modern art, Photography Council Fund. © 2026 Joiri Minaya

Melanie Gutierrez, «Body En Thrall, p 120 from Indigenous Woman», 2018, New York, MoMa – Museum of Modern Art

Si parte con i collage di «Body Movement - Alphabet Studies» della pittrice e fotografa Paulina Olowska (1976), fotografie ritrovate di corpi femminili e maschili su cui l’artista ha dipinto lettere e simboli per riportare storie dimenticate nello spazio pubblico (a questa serie è legata una performance, «Alphabet», per la quale Olowska disegna le lettere con il corpo dei danzatori). 

Due artiste si concentrano sull’intersezione tra femminismo e razzismo. In «White Shoes», Nona Faustine (1977-2025) si fotografa nuda, indossando solo un paio di tacchi bianchi, in indirizzi di New York significativi per il commercio degli schiavi: ad esempio, «They Tagged the Land with Trophies and Institutions from Their Rapes and Conquests, Tweed Courthouse, NYC» è stata scattata di fronte a un tribunale dove fu trovata una fossa comune. Joiri Minaya (1990) crea invece, in «Divergences», opere digitali in cui donne nere faticano a rimuovere delle tute con stampe tropicali, simboleggiando la storia degli schiavi che cercavano la libertà nelle foreste. 

Sempre di minoranze tratta Wendy Red Star (1981), la cui serie «Accession» combina illustrazioni di oggetti nativi commissionati negli anni Trenta a sue fotografie scattate durante la fiera annuale della Nazione Crow, il più grande assembramento di persone indigene negli Stati Uniti. 

L’artista trans e latina Martine Gutierrez (1989) porta invece al MoMA la rivista fotografica «Indigenous Woman», di cui è editrice, fotografa e modella e per la quale ha creato una serie di autoritratti ispirati da campagne pubblicitarie del mondo della moda, onorando al contempo le proprie origini Maya e identità queer. Di genere e di comunità indigene parla anche Yuki Kihara (1975), la cui serie «Paradise Camp» si riappropria dell’estetica di Paul Gauguin nel ritrarre i fa’afafine saomani (persone biologicamente di sesso maschile che adottano comportamenti femminili e che, nella cultura indigena locale, sono riconosciuti come un terzo genere), criticando così la storia coloniale del paese e le concezioni di genere occidentali che furono loro imposte. 

Alla comunità queer è dedicata anche «Position Series» di K8 Hardy (1977), in cui la fotografa, nota per aver fondato il collettivo femminista e queer Lttr, si è autoritratta in varie pose che reinterpretano l’identità di genere come fluida e plurale. 

Insieme, le sette artiste aggiungono nuovi punti di vista e interpretazioni al lavoro di Wex, offrendo al pubblico la possibilità di mettere in discussione i propri preconcetti e aprirsi a nuove prospettive sul corpo femminile e il suo ruolo nella società contemporanea.

Anna Aglietta, 19 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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