«Untitled» (1991) di Félix González-Torres: una delle sei affissioni della mostra «Quotidiana: The Continuity of the Everyday in 20th Century Art» al Castello di Rivoli nel 2000

Foto Paolo Pellion di Persano. © Estate Felix Gonzalez-Torres, Cortesia della Felix Gonzalez-Torres Foundation

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«Untitled» (1991) di Félix González-Torres: una delle sei affissioni della mostra «Quotidiana: The Continuity of the Everyday in 20th Century Art» al Castello di Rivoli nel 2000

Foto Paolo Pellion di Persano. © Estate Felix Gonzalez-Torres, Cortesia della Felix Gonzalez-Torres Foundation

Tre nuove installazioni per la Pista 500

Il progetto sul tetto del Lingotto inaugura le opere di Finnegan Shannon, Rirkrit Tiravanija e Félix González-Torres 

La Pista 500, progetto curato dalla direttrice della Pinacoteca Agnelli Sarah Cosulich e da Lucrezia Calabrò Visconti, in forma di galleria en plein air sul tetto del Lingotto, il 2 maggio inaugura tre installazioni di Finnegan Shannon (Berkeley, CA, 1989), Rirkrit Tiravanija (thailandese nato a Buenos Aires nel 1961) e Félix González-Torres (Cuba, 1957-Miami, 1996) legate dall’idea di arte come spazio pubblico che crea condivisione, sia come esperienza fisica sia come riflessione concettuale. Una visione in cui l’arte è dimensione accogliente di comunità, da vivere in maniera partecipativa. Ognuno a modo loro e in momenti diversi, figure rappresentative di quell’arte relazionale che proprio González-Torres e Tiravanija incarnavano nel testo Estetica relazionale di Nicola Bourriaud del 1998, dove venne battezzata ufficialmente questa pratica fondamentale dell’arte contemporanea. 

«“Do you want us here or not” fa parte di una serie di opere in corso che nascono dal desiderio e dal bisogno di sedermi quando sono fuori casa, spiega Finnegan Shannon, famosa per le sue panchine su cui scrive pensieri che sono inviti a sedere e a pensare, affini ai truismi di Jenny Holzer. Nel 2017, dopo una visita a un museo in cui c’erano pochi posti a sedere, ho iniziato a cercare di capire perché certe istituzioni abbiano poche sedute nonostante le risorse apparentemente cospicue e una grande retorica su accoglienza e accessibilità. Ho capito che spesso curatori e curatrici pensano soprattutto alle opere d’arte, senza tenere in considerazione le esigenze delle persone che visitano o lavorano nei luoghi dell’arte».

Uno sguardo che rende il pubblico parte fondante dell’opera, non elemento accessorio? 
Realizzando opere che fungono da sedute utilizzabili, sono riuscita a introdurre posti a sedere in spazi che altrimenti ne avrebbero avuti pochi o nessuno. E potevo spingere i curatori e le persone responsabili dei processi decisionali a pensare a sedute e ad altre infrastrutture e protocolli, che favorissero la presenza e la partecipazione di artisti e artiste, visitatori e lavoratori con disabilità.

Come sceglie i suoi testi e qual è la relazione con il Lingotto in questo progetto?
I testi che scrivo sulle opere di questa serie sono connessi alle specificità dello spazio in cui sono esposti. È stato un vero piacere potermi confrontare con la Pista 500, la cui architettura è carica di ideologia legata alla velocità, al movimento e alla forza. Ho scritto il testo su queste panchine pensando prima di tutto a me, che cammino poco e lentamente, facendomi strada nello spazio, una persona che probabilmente sceglierebbe di sedersi ad aspettare un amico piuttosto che fare il giro completo.

Rirkrit Tiravanija (1961), invece, ci racconta di aver voluto presentare nelle sue nuove opere per la Pista l’artista slovacco Július Koller (1939-2007), che descrive come «una figura singolare, che ha inventato strumenti concettuali per dare un senso (e talvolta un’assurdità) alla vita nella Cecoslovacchia comunista. Il suo lavoro mirava a una costante messa in discussione del mondo e del contesto culturale, aprendo possibilità per un’utopia umanistica in luoghi inaspettati». Così Tiravanija ha scelto di riattivare alcuni dei lavori più significativi di Koller, la cui strategia consisteva nell’uso di oggetti reali, del mondo reale e della vita quotidiana. «Una buona rappresentazione di ciò si può vedere in “Ping-Pong Society”, un progetto che Koller realizzò a Bratislava nel 1970: invece di una mostra, per un periodo di un mese allestì un club di ping-pong dove i visitatori potevano giocare», ha dichiarato Tiravanija, che riattiva quest’opera installando sulla Pista 500 4 tavoli da ping pong sui quali è serigrafata, nelle lingue legate alle maggiori comunità diasporiche a Torino, la frase «Tomorrow is the question», titolo del progetto stesso, presa dall’album del jazzista Ornette Coleman.

L’opera di Félix González-Torres «Untitled» (1991), invece, proposta in occasione della prima edizione di Exposed Torino Foto Festival, ha la forma di un progetto diffuso in città. Rivive, con un’intaccata forza e poesia, la sua pratica di lavorare con grandi manifesti all’interno degli spazi pubblicitari urbani (una fotografia sul billboard della Pista 500 e sei cartelloni pubblicitari affissi in città). Un dialogo aperto e sentimentale, assolutamente struggente, dove l’immagine di un letto matrimoniale svuoto e sfatto, con le tracce di corpi e di vite ora assenti, assurge a un monumento orizzontale alla caducità umana, alla fragilità dell’esistenza, come materia ma anche come sentimenti: l’amore e la comprensione reciproca per primi.

Particolare dell’installazione presso il Remai Modern, Saskatoon «Tomorrow is the Question» (2019) di Rirkrit Tiravanija. Foto Blaine Campbell

Olga Gambari, 29 aprile 2024 | © Riproduzione riservata

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