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Tony Cragg, «Elements», 2026.

Credits Michael Richter.

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Tony Cragg, «Elements», 2026.

Credits Michael Richter.

Tony Cragg riflette sul vetro di Murano

Fondazione Berengo e Berengo Studio presentano la mostra «Tony Cragg. Ocean of Drops» a Ca’ Tron, Venezia, in concomitanza con la 61. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale. L’esposizione, costruita attorno a una monumentale scultura in vetro realizzata a Murano, indaga le qualità fisiche e trasformative della materia, mettendo in relazione esperienza percettiva e processi cognitivi

Nicoletta Biglietti

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L’occhio, per Rudolf Arnheim, oltrechè a vedere seleziona, struttura, costruisce relazioni. La forma non è un dato esterno già compiuto, ma il risultato di un’operazione cognitiva che coinvolge direttamente chi osserva. In questo senso, la percezione è sempre un atto di costruzione. Figure, volumi, equilibri e tensioni non vengono «aggiunti» dopo, ma emergono direttamente dal modo in cui lo sguardo si dispone rispetto al mondo. Su questo punto si innesta il lavoro di Tony Cragg: la forma non si dà in un’unica immagine, ma si costruisce nel tempo dell’osservazione. Come afferma l'artista, «la scultura è un processo di apprendimento, un modo per scoprire cosa la materia può dirci di se stessa».

Questa impostazione diventa evidente nella mostra «Ocean of Drops» (Venezia, 2026), dove grandi sculture in vetro realizzate a Murano occupano lo spazio come aggregati sospesi tra stati diversi della materia. Le forme appaiono collocate in una condizione intermedia, in cui la trasformazione non è mai del tutto conclusa. La solidificazione appare temporanea, la fluidità ancora presente. Ciò che si osserva è un passaggio reso visibile. Nicholas Serota ha descritto questo approccio come la capacità di Cragg di «rendere solido l'intangibile», trasformando l'energia pura in volume plastico.

In questo processo la materia assume un ruolo centrale. Non appare come supporto neutro, ma come elemento attivo che contribuisce alla definizione della forma. Alla base di questo approccio si trova la formazione tecnica dell’artista nei laboratori della British Rubber Producers Research Association (1966–1968). In quell’esperienza la materia viene osservata come sistema reattivo, capace di comportamento e risposta. Da qui deriva una concezione della scultura come processo di ascolto. Il materiale non è un mezzo passivo, ma un insieme di possibilità che orientano la costruzione formale. «Ogni materiale calcola la propria forma», ripete spesso Cragg, sottolineando che il lavoro dell’artista consiste nel rendere visibili queste possibilità intrinseche. Jon Wood, storico della scultura, evidenzia come Cragg operi da «geologo della forma», scavando nelle stratificazioni della materia per portarne alla luce la logica interna.

La forma non coincide mai, infatti, con un risultato definitivo, ma con una fase temporanea di un divenire continuo. Questo modo di pensare si avvicina alla «Naturphilosophie» di Goethe, dove ogni configurazione è parte di un processo più ampio di trasformazione. In questa prospettiva il movimento non viene rappresentato, ma coincide con la struttura stessa dell’opera. Perchè la scultura non descrive il cambiamento, lo rende percepibile nella materia. È ciò che Germano Celant ha definito «Platonismo Industriale»: l'elevazione di frammenti, oggetti comuni e residui industriali a forme archetipiche. Ciò che era marginale o funzionale viene spostato su un altro livello, acquisendo una nuova densità formale, complessa e instabile.

Le sculture di Cragg reagiscono alla standardizzazione industriale, che tende a semplificare la materia e a ridurne le differenze, attraverso la proliferazione delle variazioni. Il rapporto con la tecnologia digitale resta secondario. La costruzione dell’opera si basa infatti su un contatto diretto, dove il gesto manuale e la resistenza fisica del materiale determinano la forma. «Il computer non ha psicologia», afferma Cragg, rivendicando lo scambio in cui «cambio il materiale con le mie mani, e il materiale cambia il mio spirito». In «Ocean of Drops» questo si traduce in opere che sembrano trattenere un momento di instabilità. Le grandi strutture in vetro evocano stati intermedi, come se il passaggio tra fluidità e solidificazione fosse ancora in corso.

Nicoletta Biglietti, 01 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

Tony Cragg riflette sul vetro di Murano | Nicoletta Biglietti

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