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Luana De Micco
Leggi i suoi articoliCon «The Fire This Time», dal 29 gennaio fino al 7 marzo negli spazi parigini di Gagosian, in rue de Ponthieu, Titus Kaphar, artista afroamericano (Kalamazoo, 1976), le cui opere sono presenti nelle collezioni dei maggiori musei statunitensi come il MoMA e il Whitney Museum di New York, presenta ora la sua prima personale a Parigi, con una nuova serie di pitture e di sculture in legno. Il titolo rinvia allo scrittore statunitense James Baldwin (1924-87) e al suo testo cardine sui diritti civili e sulla violenza razziale sistemica negli Stati Uniti, del 1963, ma anche all’omonima antologia curata da Jesmyn Ward nel 2017. Il nuovo corpus di opere interroga il «ruolo simbolico del potere presidenziale» negli Stati Uniti, alla luce del secondo mandato di Donald Trump alla Casa Bianca e del movimento di protesta No King contro la politica repressiva dell’amministrazione Trump in materia di immigrazione.
Un momento storico in cui il concetto di «follia americana» di Baldwin torna seriamente attuale e si avvicina il 250mo anniversario dell’Independence Day, il 4 luglio 2026. I nuovi dipinti, come quelli della serie «Kinfolk» (2025), rivisitano formati e tecniche già sperimentati nelle serie «Tar» (dal 2012) e «Whitewash» (dal 2013) che lo hanno reso celebre. Sono ritratti di persone che sono state vicine ai primi presidenti degli Stati Uniti, ma che la storia ha a lungo dimenticato e riscoperto solo di recente. La maggior parte è vissuta all’epoca di George Washington, il primo presidente Usa (dal 1789 al 1797): domestici, ex schiavi, soldati della Guerra di Indipendenza, come James Armistead Lafayette, schiavo afroamericano che prestò servizio nell’esercito continentale sotto il marchese generale francese di La Fayette, e Harry Washington, schiavo nero africano al servizio dello stesso George Washington che, tornato libero, integrò i «Black Lealist» durante la guerra. Kaphar occulta i loro visi o cancella parte dei loro corpi utilizzando materiali come il catrame o coprendoli con spennellate di pittura.
Un ulteriore nucleo di lavori appartiene alla serie «Drawer» (2025), dipinti strutturati come dispositivi narrativi in cui, dietro la tela principale, si trovano pannelli nascosti che, una volta aperti, rivelano delle storie, anche queste cadute nell’oblio. La mostra include poi una serie di sculture in legno, scolpito a mano e poi carbonizzato in superficie, raffiguranti amici e parenti dell’artista, concepiti come «santi laici». Kaphar si ispira qui all’arte bizantina e al Rinascimento italiano, suggestioni che ha maturato durante un soggiorno a Firenze.
Titus Kaphar, «Breath Is My Precious Inheritance (Harry Washington)» dalla serie «Kinfolk», 2025. © Titus Kaphar. Photo: Owen Conway. Courtesy Gagosian