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Insieme alla dj producer Lady Maru, Jacopo Benassi, artista, performer e fotografo il 18 aprile ha portato nel locale milanese Detune un live set

Courtesy Milano Art Week 2026

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Insieme alla dj producer Lady Maru, Jacopo Benassi, artista, performer e fotografo il 18 aprile ha portato nel locale milanese Detune un live set

Courtesy Milano Art Week 2026

Si è conclusa l’Art Week milanese

La settimana «ha attraversato» musei, fondazioni, spazi indipendenti e luoghi inattesi della città, restituendo l’immagine di un sistema culturale diffuso, in cui l’arte contemporanea si muove tra istituzioni consolidate e nuove pratiche di relazione con il pubblico

Milano non ospitata l’arte contemporanea ma ha deciso di «indossarla». E per una settimana, dal 13 al 19 aprile, l’ha fatta sfilare tra cortili storici, musei, università e spazi ibridi con la naturalezza di chi sa che il proprio linguaggio è ormai globale. La decima edizione della Milano Art Week si è chiusa con numeri da grande evento, con oltre 500 appuntamenti, 263 realtà coinvolte. Quello che resta è la sensazione di una città che ha imparato a orchestrare la complessità. Il capoluogo lombardo, in questi giorni, è stata un organismo diffuso. Non più poli isolati ma una costellazione attiva, dove il contemporaneo si è insinuato tra le pieghe della quotidianità: nelle sale istituzionali e nei passaggi urbani, nei grandi nomi e nelle pratiche emergenti. Il risultato è un palinsesto capace di mettere in relazione. E in questo dialogo continuo – tra epoche, linguaggi e pubblici – si è giocata la manifestazione.

Le istituzioni hanno fatto la loro parte, e bene. Dal Museo del Novecento al PAC, dalla GAM al MUDEC, fino al Castello Sforzesco e a Palazzo Reale, la città ha risposto con una compattezza rara, evitando l’effetto vetrina per costruire invece un racconto articolato. Inoltre, va riconosciuto, c'è stata la capacità di mettere sullo stesso piano fondazioni private, spazi indipendenti e progettualità ibride, senza gerarchie evidenti. 

Tra i corridoi e le navate, i nomi pesano – e non poco. Maurizio Cattelan continua a esercitare il suo consueto magnetismo mentre figure come Anselm Kiefer e Mona Hatoum riportano l’attenzione su una dimensione quasi monumentale del pensiero artistico. Ma accanto a loro, e forse con maggiore urgenza, si muovono pratiche che interrogano il presente con strumenti meno celebrativi: le riflessioni di Hito Steyerl sulle tecnologie, le traiettorie globali di Otobong Nkanga, le incursioni partecipative di Rirkrit Tiravanija

Tra i progetti più riusciti, «Ghost Track» che ha inserito il contemporaneo nelle collezioni civiche. Il passato non è stato decorato ma interrogato. Ed è in questo tipo di operazioni che la settimana trova la sua cifra più interessante, quando smette di accumulare eventi e inizia a produrre senso. Poi c’è la città notturna, quella che sabato 18 aprile ha cambiato ritmo. L’Art Night è stata sinonimo di pubblico trasversale, meno rituale, più curioso. Milano, illuminata a intermittenza da installazioni e aperture straordinarie, ha mostrato un volto quasi europeo nel senso più aperto del termine, dove l’arte diventa pretesto per abitare lo spazio urbano in modo diverso.

Gabriele Basilico, «Falck», 1999. Courtesy of StayOnBoard Art Gallery

Non sono mancati i momenti di riflessione più esplicita. I talk - da quelli sull’ibridazione tra arte e design fino al confronto sul tempo della cultura contro quello del mercato - hanno provato a dare forma teorica a ciò che accade nelle sale espositive. Con esiti alterni, come spesso accade, ma con un merito chiaro di riportare la parola dentro un sistema che rischia talvolta di affidarsi solo all’immagine. E poi le performance: dal PAC all’HangarBicocca, fino al Teatro Continuo, il corpo è tornato a essere misura, presenza e disturbo. E persino un progetto come Mototrombe!, con la sua ironia rumorista, ha ricordato quanto la città sappia ancora dialogare con la propria avanguardia storica senza trasformarla in reliquia. Intorno, le fiere fanno il loro mestiere - attrarre, vendere, consolidare. miart, alla sua trentesima edizione, e l’arrivo di Paris Internationale hanno rafforzato la dimensione internazionale, per l'appunto, portando collezionisti e operatori da ogni dove. Interessante è notare come, sempre più, il baricentro simbolico si sposti: non nei padiglioni, ma nella rete urbana che la settimana riesce a costruire.

E se il rischio per il futuro sarà quello di diventare troppo efficiente, troppo «levigata», la sfida sarà mantenere quella quota di disordine creativo che quest’anno si è intravista tra le pieghe del programma. Perché è lì che l’arte continua a trovare spazio.

Redazione, 24 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

Si è conclusa l’Art Week milanese | Redazione

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