Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Mikołaj Sobczak, «Moon (Propaganda)», 2025

© Mikołaj Sobczak. Foto kunst-dokumentation

Image

Mikołaj Sobczak, «Moon (Propaganda)», 2025

© Mikołaj Sobczak. Foto kunst-dokumentation

Quando la pittura diventa archivio: Mikołaj Sobczak da Capitain Petzel

La mostra dal titolo sibillino «Ancora» è un viaggio attraverso le ricorrenze della storia dove memoria, politica e identità queer si rincorrono 

Margherita Panaciciu

Leggi i suoi articoli

Che cosa succede quando la storia smette di essere una linea retta e ritorna sotto forme inattese? È da questa domanda che sembra nascere «Ancora», la nuova mostra di Mikołaj Sobczak, aperta dal 25 giugno al primo agosto da Capitain Petzel a Berlino. Il titolo, italianissimo, contiene già il nucleo dell’intero progetto. «Ancora» significa infatti sia «di nuovo» sia «nonostante tutto, ancora qui». Una doppia accezione che attraversa il lavoro dell’artista polacco come un filo rosso: la storia ritorna, si ripete, muta forma, ma non scompare mai, continua a vivere nei corpi, nelle immagini e nelle narrazioni che costruiscono il presente. 

Nato a Poznań nel 1989 e oggi diviso tra Amsterdam e Düsseldorf, Sobczak appartiene a quella generazione di artisti che ha imparato a leggere il mondo come una sovrapposizione continua di temporalità. Nei suoi dipinti il Rinascimento convive con Twitter, i rivoluzionari con gli influencer, i santi con le celebrità, gli attivisti queer con gli oligarchi tecnologici. L’artista tenta infatti di comprendere come il potere e la resistenza continuino a riprodurre i propri schemi attraverso epoche diverse. Al centro del percorso si trovano tre monumentali dipinti, «Moon (Propaganda)», «Sun (Magical Realism)» e «Mercury (Underground)», presentati per la prima volta nel 2025 al Salzburger Kunstverein. Le tele adottano il formato tradizionale della pittura storica, ma ne sovvertono radicalmente il contenuto. Al posto degli eroi ufficiali compaiono figure marginalizzate, attivisti, scrittori, artisti e dissidenti mentre il racconto lineare della storia si dissolve in una costellazione di incontri improbabili e cortocircuiti temporali. 

Mikołaj Sobczak, «Sun (Magical Realism)», 2025. © Mikołaj Sobczak. Foto kunst-dokumentation

In «Moon (Propaganda)» il passato sembra riflettersi inquietantemente nel presente. Un cavaliere ispirato ai dipinti satirici di George Grosz porta una cravatta decorata non più con la svastica originale ma con il logo di X, l’ex Twitter. Poco distante una figura muscolare tenta di riparare la botte del capitalismo utilizzando il fascismo come elemento di sostegno. Sobczak preferisce costruire immagini aperte, in cui simboli e personaggi si attraggono e si respingono come corpi celesti. Al centro della composizione, la presenza dei rifugiati ricorda che dietro ogni macchina propagandistica si nascondono conseguenze concrete come esclusione, violenza e morte. «Sun (Magical Realism)» si concentra invece sulla possibilità della trasformazione. Il dipinto mette in scena una sorta di rituale collettivo di guarigione. Corpi feriti vengono curati da guaritori popolari mentre simboli politici, iconografie esoteriche e riferimenti all’economia delle piattaforme digitali si intrecciano in una narrazione sospesa tra realtà e mito. Jeff Bezos assume le sembianze di un vampiro contemporaneo mentre una figura femminile uscita da un manifesto socialista si trasforma nell’arcano del Mago dei tarocchi. L’autore stesso appare seduto su un contenitore per consegne Uber Eats mentre osserva un mondo che brucia. La scena ha qualcosa di apocalittico e al tempo stesso rigenerativo, come se dalle macerie fosse ancora possibile immaginare nuove forme di solidarietà. La terza grande tela, «Mercury (Underground)», è forse la più intensa dell’intero ciclo. Ambientata in uno spazio sotterraneo che ricorda insieme una caverna mitologica e un rifugio clandestino, riunisce figure provenienti da diverse storie di persecuzione e resistenza. L’autrice lesbica Eve Adams, deportata dagli Stati Uniti e poi assassinata ad Auschwitz, tenta di sfuggire ai suoi persecutori; poco distante compare l’attivista polacco Stanisław Chmielewski, che durante l’occupazione nazista contribuì a salvare vite umane attraverso una rete clandestina di solidarietà. Il Mercurio del titolo, guida delle anime nell’antichità, diventa qui simbolo di passaggio, salvezza e rinascita. 

L’arte, sembra suggerire Sobczak, può ancora essere uno strumento di orientamento nei momenti più oscuri. La mostra non si esaurisce tuttavia nelle grandi tele. Attorno a esse gravitano collage che l’artista definisce «note a piè di pagina», opere più intime, realizzate con materiali raccolti nelle strade di Berlino. Frammenti di giornale, immagini dimenticate, fotografie, mappe e riferimenti storici si combinano in composizioni che ricordano gli archivi personali o i taccuini di uno storico ossessionato dalle connessioni invisibili tra gli eventi, dalla battaglia di Stalingrado all’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, da Rudolph Valentino a Josephine Baker, dalle suffragette ai miti queer del Novecento. Particolarmente significativi sono anche i piccoli dipinti realizzati durante la residenza dell’artista a Firenze. Utilizzando pigmenti sabbiosi simili a quelli impiegati durante il Rinascimento, Sobczak introduce una riflessione ulteriore sul rapporto tra passato e presente. Anche gli eleganti vasi in stile Delft presenti in mostra raccontano una storia di attraversamenti e migrazioni. Realizzati in una storica manifattura polacca, evocano il lungo viaggio di tecniche e tradizioni artigianali trasmesse attraverso l’Europa da comunità costrette spesso all’esilio e allo spostamento. 

Mikołaj Sobczak, «Mercury (Underground)», 2025. © Mikołaj Sobczak. Foto kunst-dokumentation

Margherita Panaciciu, 22 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

Quando la pittura diventa archivio: Mikołaj Sobczak da Capitain Petzel | Margherita Panaciciu

Quando la pittura diventa archivio: Mikołaj Sobczak da Capitain Petzel | Margherita Panaciciu