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Marisa Merz, «Senza titolo (Untitled)», 1985

Courtesy Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino. Foto Paolo Pellion

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Marisa Merz, «Senza titolo (Untitled)», 1985

Courtesy Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino. Foto Paolo Pellion

Presentata la grande retrospettiva che a ottobre celebrerà Marisa Merz

Riunirà oltre 200 opere, molte inedite, la grande mostra che al Castello di Rivoli, alla GAM e alla Fondazione Merz di Torino renderà omaggio all’«unica donna della compagine dell’Arte Povera» 

Ada Masoero

Giornalista e critico d’arte Leggi i suoi articoli

Per realizzare il grande progetto in tre atti che dal prossimo 29 ottobre al 4 aprile 2027 celebrerà il centenario della nascita di Marisa Merz (Torino, 1926-2019) si sono unite tre istituzioni torinesi del calibro del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, della GAM-Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino e della Fondazione Merz: «Istituzioni, evidenziava nel presentare il progetto l’assessora torinese alla Cultura Rosanna Purchia, di natura diversa, trattandosi di un museo civico come la GAM, di uno “partecipato” come il Castello di Rivoli e di una fondazione privata come la Fondazione Merz, che hanno però saputo lavorare insieme per dare un segnale forte su questa figura centrale dell’arte italiana del secondo ’900, unica donna della compagine dell’Arte Povera, il movimento al quale Marisa Merz ha donato la sua sensibilità femminile».

Difficilmente replicabile per ampiezza e profondità d’indagine, grazie anche al sostegno imprescindibile (non solo finanziario), di Fondazione CRT, la mostra s’intitola poeticamente (e musicalmente: «lei amava la musica, per il suo aspetto rivelatorio» ha rammentato Francesco Manacorda) «Marisa Merz. La danza delle ore», titolo tratto da un appunto annotato su uno degli innumerevoli post-it che tuttora punteggiano la sua casa, ed è frutto del lavoro congiunto di Chiara Bertola, Sébastien Delot, Francesco Manacorda, Beatrice Merz, Chiara Parisi e Marianna Vecellio, che, lavorando a coppie, hanno esplorato la sua produzione attraverso almeno 200 opere di collezioni pubbliche e private italiane e internazionali, molte delle quali inedite (quelle tuttora conservate nella sua casa di Torino), seguendo i filoni del tempo quotidiano inteso come dimensione creativa, della casa come laboratorio alchemico e della sua nozione di spazio come luogo fisico e metafisico.

Per presentarla, con grande anticipo, è stato scelto il Museo del Novecento di Milano, in quello che tutti hanno auspicato essere l’esordio di un nuovo e più stretto rapporto fra le istituzioni delle due città. E sebbene, come notava l’assessore milanese alla Cultura Tommaso Sacchi, «il Museo del Novecento non possieda opere di Marisa Merz, tuttavia non solo nelle sue collezioni è conservato un ricco insieme di lavori degli altri esponenti dell’Arte Povera, ma in autunno presenterà, in contemporanea a quelle torinesi, una mostra dedicata a Tommaso Trini (Sanremo, 1937, Ndr), uno dei primi studiosi a riconoscere il valore del lavoro di Marisa Merz»: un’anticipazione sulla programmazione autunnale del Museo del Novecento (diretto da Gianfranco Maraniello, come l’intero polo del Moderno e Contemporaneo di Milano), cui Tommaso Sacchi ha aggiunto la notizia, molto attesa in città, che proprio in questi giorni partono i lavori («stanno montando ora i primi ponteggi») per completare il Museo del Novecento nel suo palazzo gemello, il «Secondo Arengario» (durata prevista, dicono dall’Assessorato, 24 mesi).

Marisa Merz, «Senza titolo», 2002, Collezione Giancarlo e Danna Olgiati

Ma come sarà articolata la mostra? «Il lato più curioso e inatteso del suo lavoro, spiegava Beatrice Merz, presidente della Fondazione intitolata a Mario e Marisa Merz, sarà presentato da noi in Fondazione: qui, con Sébastien Delot, abbiamo lavorato per ricostruire un percorso artistico che si è rivelato anche più sperimentale e polivalente di quanto già sapessimo (stiamo catalogando ora molti nuovi lavori). In Fondazione avremo proprio la parte più sperimentale, quella in cui ci s’imbatte in accostamenti inattesi di materiali per lo più attinenti alla dimensione femminile, e di altri, raccolti per strada e avvicinati fra loro in quella fusione di cultura alta (Marisa era una grande lettrice) e cultura popolare che lei amava. E, grazie alle tre sedi, forse questa volta riusciremo finalmente a farla conoscere nella sua completezza».

Alla GAM la direttrice Chiara Bertola, e Chiara Parisi, direttrice del Centre Pompidou-Metz, hanno composto il capitolo più intimo della mostra, lavorando sulla dimensione più intensamente «privata» del suo lavoro, «quella della casa, che è anche studio e laboratorio: lo spazio generativo e trasformativo per eccellenza, in cui la dimensione dell’arte coincide con quella della vita». E hanno annunciato che la mostra sarà anche «l’occasione per restituire al pubblico, dopo il meticoloso restauro del Centro di Conservazione e Restauro di Venaria, l’opera “Living Sculpture”, 1966, della collezione della GAM».

Infine, ma non certo per ultimo, il Castello di Rivoli, dove il direttore, Francesco Manacorda, con Marianna Vecellio, curatrice del Museo, hanno voluto accettare la sfida, ha detto Manacorda, di «esplorare un territorio parzialmente sconosciuto, con un’attenzione speciale alla sua dimensione metafisica e ai mondi paralleli abitati dai suoi “Angeli”, all’aspetto rivelatorio della musica, al suo rapporto con la materia e alla sua indagine sulla visione, in relazione con la pittura tardogotica e rinascimentale su fondo oro». La mostra al Castello di Rivoli offre poi l’occasione, anticipa Marianna Vecellio, per «ricostruire filologicamente, anche con elementi originali che si credevano perduti, l’importante installazione “E il naufragar m’è dolce in questo mare” presentata nel 1980 nella galleria Tucci Russo, poi alla 39ma Biennale di Venezia, che troverà posto nella Manica Lunga», rendendo conto della dimensione ambientale del lavoro di Marisa Merz. Ma non solo, continuava Manacorda, «con Marianna Vecellio, abbiamo voluto creare una retrospettiva espansa, che coinvolge dieci artiste contemporanee (Leonor Antunes (Lisbona, 1972), Micol Assaël (Roma, 1979), Beatrice Bonino (Torino, 1992), Miriam Cahn (Basilea, 1949), Tacita Dean (Canterbury, 1965), Thea Djordjadze (Tbilisi, Georgia, 1971), Lara Favaretto (Treviso, 1973), Daiga Grantina (Saldus, Lettonia, 1985), Armineh Negahdari (Teheran, 1994), Solange Pessoa (Ferros, Minas Gerais, Brasile, 1961, Ndr): non artiste che le “rendono omaggio” ma artiste che, per così dire, “camminano con lei” continuando nel loro lavoro ciò che lei ha attivato».

Marisa Merz, «Senza titolo. Untitled», 2004. Foto Antonio Maniscalco. Courtesy Fondazione Merz

Ada Masoero, 03 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

Presentata la grande retrospettiva che a ottobre celebrerà Marisa Merz | Ada Masoero

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