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Flavia Foradini
Leggi i suoi articoliVienna. Lo scorso aprile la casa d’aste Dorotheum ritirò da una vendita due opere di Otto Muehl (1925-2013): vi si vedevano vittime di abusi. Proprio per abuso di minori, nel 1991, Muehl era stato condannato in via definitiva a sette anni di prigione, ma dopo un periodo di relativo silenzio, e benché la sua vicenda artistica e umana sia rimasta più che nota, negli ultimi anni il mercato ha fatto registrare acquirenti interessati e disposti a pagare somme rilevanti per sue opere anche controverse. Salvo poi suscitare alzate di scudi, come accaduto alla maggiore casa d’asta austriaca.
In occasione della riapertura, la scorsa primavera, del Wiener Aktionismus Museum (WAM) con un’ampia e assai interessante mostra dedicata ai primi anni di attività di Hermann Nitsch, forte di numerose opere raramente o mai esposte, il suo direttore Klaus Albrecht Schröder ci aveva detto di nutrire ancora perplessità sull’opportunità di realizzare davvero la seconda mostra annunciata, dedicata appunto all’azionista viennese Otto Muehl. E invece le perplessità sono svaporate. Col titolo «Otto Muehl, arte sull’orlo dell’abisso», dal 10 settembre al 10 gennaio il WAM espone 150 opere tra dipinti, grafica, video e oggetti, perlopiù da collezioni private, in primis quella dello stesso Wiener Aktionismus Museum. Abbiamo dunque incontrato nuovamente Schröder durante l’allestimento della mostra, per chiedergli il perché di questo passo, che rischia di suscitare accese critiche.
«Diamo innanzitutto alcuni dati: oggi siamo al punto più basso della considerazione di Otto Muehl. E però nel contesto dell’Azionismo Viennese è uno degli artisti migliori, anzi è uno dei migliori del suo tempo. Nell’àmbito di quel gruppo fu tra i più radicali nell’abbandonare la tela e insediare al suo posto l’azione. Tuttavia la nostra mostra è consapevolmente qualcosa di diverso da una retrospettiva, non mi interessa in alcun modo la completezza, anzi non esponiamo nulla di quanto creato dopo il 1990 (a partire dalle vicende giudiziarie dell’artista, Ndr), perché contrariamente a quanto pensano altri storici dell’arte, considero quella produzione priva di qualità. Altre parti consistenti di sue opere avrebbero una qualità artistica, ma sono espressione dei suoi crimini: abuso di potere, abuso sessuale, e anche quelle opere le escludo e non le metto in mostra. Ci concentriamo invece sul periodo compreso tra il 1960 e il 1986».
Otto Muehl, «Malaktion n. 26», 1966. Foto Ludwig Hoffenreich
Perché proprio quel quarto di secolo?
Abbiamo scelto di prendere le mosse dagli anni Sessanta perché a quel tempo Muehl produceva pittura azionista ed entrò in contatto con l’Espressionismo astratto, e in mostra quelle opere costituiscono la parte maggiore del percorso. Una sezione è poi dedicata alla distruzione della tela. Quel periodo comprende anche le cosiddette «Gerümpelskulpturen», le sculture realizzate con ciarpame e rifiuti, a partire dalla grande azione «Die Blutorgel», realizzata nel 1962 insieme a Adolf Frohner e Hermann Nitsch. Tuttavia tutto ciò che creava in quel periodo in termini di sculture, nel 1970 venne distrutto per ordine del suo padrone di casa, che durante un soggiorno di Muehl negli Stati Uniti chiese al municipio lo sgombero «per motivi sanitari» della grande cantina in cui lavorava l’artista. Ciò significa che la distruzione della tela come supporto pittorico l’abbiamo solo in quanto tale, perché il pendant scultoreo delle Gerümpelskulpturen come espressione dell’annichilimento della civiltà, non esiste più: abbiamo poche fotografie e possediamo solo una ricostruzione del 1982, che esponiamo. Di quel periodo sono anche i ritratti di personaggi politici. Negli anni 1967-68 aveva grandi dubbi che la politica potesse cambiare il mondo, e li espresse attraverso una serie di caricature, fra l’altro di Konrad Adenauer e Charles De Gaulle, Mao, Ho Chi Minh, Che Guevara.
Proprio con la fine degli anni Sessanta ebbe inizio la fase più controversa e sanzionata della sua vita e della sua produzione: quella della «Comune», del suo esperimento sociale, ispirato fra l’altro alle teorie di Wilhelm Reich, dove regnava per così dire in modo carismatico e fortemente dispotico su centinaia di persone che avevano aderito a quell’avventura. Come la affrontate?
Da quel suo scetticismo sull’efficacia della politica, e dalla convinzione che il mondo potesse essere migliorato solo cambiando l’uomo, derivò il suo grande esperimento terapeutico: il progetto della «Comune». Sviluppato tra il 1970 e il 1990, è suddiviso in diverse fasi artistiche ma anche strutturali e organizzative: c’è la breve fase nella casa di Muehl nella Praterstrasse e poi quella al Friedrichshof, fuori Vienna. In quei primi anni tutto è molto improvvisato: i membri della Comune con cui ho parlato mi hanno detto che fu caotico fino alla metà degli anni Settanta, non c’era nessuna chiara ideologia, le nostre interviste con decine di membri hanno sottolineato che il loro intento era quello dell’«autoterapia». E avevano teorie folli sulla necessità di «uccidere» le figure paterne e materne. E l’altro grande motivo era il sesso libero, che però venne praticato sistematicamente dal 1977. E paradossalmente, con la sessualità aperta arrivò l’isolamento dalla società, per timore di contrarre malattie veneree. Nel mondo era del resto il periodo dell’Aids e quindi venne adottata una severa quarantena per chi arrivava come nuovo membro. In quel contesto, importante dal punto di vista artistico è che tra il 1970 e il 1973 Muehl riprende a dipingere e lo fa intensamente a partire dal 1975. C’è una grande serie di dipinti bellissimi, grande arte: paesaggi, calma, armonia, stabilità, grande formato, e poi, dal 1986, crea la serie degli «Incidenti domestici». È il momento in cui Muehl ritiene che il mondo sia andato in pezzi, non riesce più a tenere insieme la Comune, si dà alla cocaina per stimolarsi e alla marijuana per calmarsi e riuscire a dipingere.
Fu in larga parte nel periodo della Comune che si susseguirono i reati che poi gli vennero contestati e che trovano riscontro anche in sue opere e in video scioccanti. Come separare l’uomo dall’artista?
A questo proposito la realtà dei fatti è che non vi fu solo un colpevole, cioè Otto Muehl, che scontò una pena, bensì i corresponsabili furono centinaia. Oggi li si chiamerebbe complici. Ma uno solo venne denunciato. E bisogna guardarli, quei video: non c’era solo Otto Muehl, c’erano attorno a lui magari 150 adulti, padri, madri, che stavano lì seduti e approvavano ed esultavano di fronte al fatto che un bambino venisse umiliato e annichilito.
Siete certi che nessuna delle opere esposte riveli l’identità di vittime dei suoi abusi? E avete previsto informazioni di sfondo sulla Comune?
Ne siamo sicuri e comunque la maggior parte delle opere non sono figurative. Vi sono naturalmente informazioni di contestualizzazione della Comune. Certo è che dopo 40 anni di realizzazioni di mostre, per me questa su Otto Muehl è una grande sfida, un atto acrobatico tra questioni artistiche, storico-artistiche e umane, alla ricerca di una valutazione dell’arte di un influente azionista viennese.
Quale vorrebbe fosse l’impressione di un visitatore al termine del percorso espositivo?
Il fatto che Otto Muehl abbia trovato un linguaggio per esprimere un disagio rispetto al mondo. Il fatto che l’uomo è un abisso, e infatti il titolo che abbiamo scelto è «Arte sull’orlo dell’abisso». Però Muehl non era un mostro, è molte cose.