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L’ingresso del Padiglione centrale della Biennale Arte 2026

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L’ingresso del Padiglione centrale della Biennale Arte 2026

Nessun italiano alla Biennale Arte 2026: che cosa fare per contrastare questo scenario e tornare alla ribalta?

Dopo 131 anni dalla nascita, la manifestazione, istituita con lo scopo di valorizzare l’arte contemporanea nostrana in un contesto di dialogo e confronto internazionale, ha tradito la sua missione. Ma, se si raggiungessero alcuni obiettivi, la posizione dell’Italia cambierebbe molto velocemente

Ludovico Pratesi

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Abbiamo uno dei più potenti strumenti di soft-diplomacy, capace di costruire prestigio internazionale indiscusso e abbiamo dimostrato di non saperlo utilizzare. La Biennale di Venezia, nella edizione di quest’anno chiamata «In minor keys» e curata dall’africana Koyo Kouoh, non presenta i lavori di alcun artista italiano nella sezione internazionale. In una delle inaugurazioni più frequentate di sempre, anche per la presenza di artisti e curatori provenienti dai paesi africani, americani e asiatici, l’arte italiana spicca per assenza, nonostante il fatto che la Biennale, fondata nel 1895, sia quasi interamente sostenuta da fondi pubblici. Parliamo di 16 milioni di euro dei contribuenti, spesi per costruire un evento globale dove però chi paga il conto non è stato rappresentato da artisti, ma presente solo a causa di dispute ideologiche, con relative conseguenze di politica interna.

Com’è possibile? Quale paese può permettersi di costruire il più prestigioso palcoscenico del mondo per far recitare attori di tutto il mondo tranne i propri? Eppure la potenza di quel palco la conoscono tutti, in primis gli Stati Uniti, che nel 1964 portarono a casa il Leone d’Oro, vinto da Robert Rauschenberg, alfiere della della Pop Art. Una gara cominciata a New York ma finita sulla Laguna, con la consacrazione di un movimento artistico sostenuto, si dice, addirittura dalla Cia. Ma l’Italia sembra non ricordarlo o non rendersene conto. E valuta la Biennale come una semplice Mostra, mentre si tratta di una vera gara che coinvolge un centinaio di paesi, pronti a tutto per conquistare i Leoni, riconoscimenti riservati al miglior artista partecipante e al miglior Padiglione, che garantisce al vincitore non solo una fama globale, ma soprattutto l’immediato aumento delle sue quotazioni, che all’annuncio del Leone d’Oro, a volte aumentano del 300%.

Come e perché siamo arrivati a questo punto? Perché abbiamo assunto il ruolo di ospiti nelle riunioni dove si decide il peso dell’arte contemporanea nel mondo e alle quali partecipano buona parte dei personaggi più ricchi e potenti del pianeta?

Molti di loro sono collezionisti di contemporaneo, che negli ultimi anni hanno aperto, e stanno aprendo, fondazioni e spazi espositivi a Venezia, proprio per poter essere presenti e intessere le loro relazioni durante i tre giorni della vernice. Un caso per tutti: la collezionista Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, che ha inaugurato la nuova sede della sua fondazione sull’isola di San Giacomo con un migliaio di invitati internazionali, già presenti in Laguna per la vernice della Biennale.

Questo percorso negativo è iniziato poco prima del Duemila, alla Biennale del 1999. Prima di allora l’arte italiana era protagonista nel Padiglione Centrale ai Giardini, secondo un modello ispirato alle Esposizioni Universali, che garantivano al paese ospitante la posizione principale. Nel 1999 il curatore della mostra internazionale, lo svizzero Harald Szeemann, aveva bisogno di spazio per la sua rassegna e lo occupò con opere di artisti internazionali. Aveva forse già capito che per l’Italia la Biennale non aveva lo stesso valore degli altri paesi?

Probabilmente sì, perché la mossa suscitò poche velate proteste nel mondo artistico, ma fu del tutto ignorata da quello politico. Prima sonora sconfitta: possedere un diamante di cui tutti conoscono il valore inestimabile (la Biennale è unica al mondo) e trattarlo come un pezzo di vetro. È ovvio che in questa gara globale gli altri se ne approfittino: per 8 anni l’Italia ha partecipato alla Biennale senza un proprio padiglione, quindi auto-escludendosi dai Leoni.

Nel 2007 il nostro Paese trovò uno spazio per presentare i propri artisti in fondo all’Arsenale: dal centro siamo passati all’estrema periferia, pagando però sempre noi il conto. Ma non è finita qui. Affetti dal nostro proverbiale provincialismo, nel primo quarto del terzo millennio la Fondazione Biennale ha nominato sempre più curatori internazionali di indubbio rilievo, ai quali però non è stato mai suggerito di dare un’occhiata ai nostri artisti, che la politica nostrana, senza distinzioni di schieramenti, ha sempre considerato irrilevanti. Risultato: nelle ultime edizioni il loro numero è andato sempre scemando, fino a raggiungere lo zero nel 2026.

Dopo 131 anni dalla nascita, la Biennale, istituita con lo scopo di valorizzare l’arte contemporanea italiana in un contesto di dialogo e confronto internazionale, ha tradito la sua missione.

Che cosa fare per contrastare questo triste e paradossale scenario, e tornare alla ribalta?

La prima cosa è nominare curatori che abbiano frequentato e conoscano l’arte italiana e offrire loro l’occasione di partecipare ad un tour di studio visit organizzato dalla fondazione Biennale in collaborazione con il Ministero della Cultura e Amaci, l’associazione che riunisce i 24 più importanti musei di arte contemporanea presenti in Italia. Questo da parte dell’Italia sarebbe un importante segnale istituzionale di considerazione dei propri artisti, che verrebbero valutati e considerati dal curatore estero alla stregua degli altri. 

La seconda proposta consiste nel presentare al pubblico internazionale una o più mostre personali di artisti italiani delle ultime generazioni all’interno di spazi istituzionali veneziani, come Cà Pesaro o il Museo Correr, come eventi collaterali della Biennale Arte.

Infine, nominare alcune figure di collezionisti italiani (Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, Miuccia Prada, Beatrice Bulgari o Renzo Piano, solo per fare qualche esempio) ambasciatori dell’arte e della cultura italiana nel mondo, con un’investitura permanente e non legata alle vicende politiche, con l’obiettivo di promuovere l’arte e la cultura contemporanea italiana, attraverso conferenze, eventi, dibattiti e mostre in contesti internazionali qualificati. Se si raggiungessero questi obiettivi la posizione dell’Italia cambierebbe molto velocemente, e la Biennale tornerebbe ad essere un diamante di valore inestimabile anche per il nostro Paese, che ha avuto il grande merito di averla immaginata più di un secolo fa.

Ludovico Pratesi, 15 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

Nessun italiano alla Biennale Arte 2026: che cosa fare per contrastare questo scenario e tornare alla ribalta? | Ludovico Pratesi

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