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Luana De Micco
Leggi i suoi articoliAll’origine dell’ampia retrospettiva che il Nouveau Musée National de Monaco dedica dal 3 luglio al 3 gennaio 2027 a Victor Brauner, «L’avventura magica», c’è la presentazione al pubblico di una collezione privata monegasca, mai mostrata prima, che attraversa quasi 40 anni di produzione, dalle prime pitture realizzate in Romania negli anni Venti fino al 1964. Una raccolta che il museo presenta come un «ritratto interiore» dell’artista rumeno, figura maggiore del Surrealismo, «la cui opera, affascinante e enigmatica, resta ancora da scoprire». L’altra particolarità della rassegna è che, accanto a una sessantina di dipinti, sculture e disegni di questa collezione, Villa Paloma accoglie anche 10 oggetti d’arte d’Africa e Oceania della collezione personale di Brauner, prestati dal Musée d’art moderne et contemporain di Saint-Étienne. Il percorso, articolato in sezioni cronologiche e tematiche, è curato dalla storica dell’arte Camille Morando, responsabile della documentazione delle collezioni moderne al Centre Pompidou di Parigi: «Questa collezione si è costituita nel corso degli ultimi vent’anni, il tempo necessario per riunire un insieme coerente della produzione dell’artista. Essa viene ora presentata al pubblico per la prima volta, offrendo l’opportunità di scoprire opere raramente esposte o poco note, e proponendo una lettura rinnovata dell’opera di Victor Brauner, portatrice di una dimensione universale e senza tempo, troppo spesso limitata ai capolavori surrealisti degli anni Trenta e Quaranta conservati nelle collezioni pubbliche. L’incontro con questa raccolta è stato per me una straordinaria avventura, racconta la curatrice. Ho potuto valutarne l’ampiezza e la pertinenza, entrare in contatto con lavori inediti, misurare la diversità delle sperimentazioni di Brauner: dalle influenze che ne hanno alimentato il percorso alle ricerche sui supporti e sui processi di costruzione dell’immagine, attraverso l’impiego della cera, della ceramica e altri materiali. Questa collezione si distingue in particolare per l’importanza attribuita agli anni Cinquanta, decennio prolifico dell’artista, meno celebrato negli studi e nelle esposizioni, ma che rappresenta un laboratorio fondamentale della modernità di Brauner al di là del Surrealismo».
Victor Brauner, «La Muse Métamythique», 1963. © Sacem Monaco 2026. Foto François Fernandez
Sin dalle prime sale emerge la centralità del disegno nella pratica di Brauner e la vastità della sua opera grafica: migliaia di fogli in cui, sin dalla fine degli anni Venti e fino ai disegni a quattro mani con Roberto Matta degli anni Cinquanta-Sessanta, Brauner inventa un universo di creature ibride e fantastiche, mostrando una disciplina quasi compulsiva del disegno: «La schematizzazione e l’appiattimento delle forme condensano le ossessioni del pittore verso un universo magico», aggiunge Morando. Nato nel 1903 a Piatra Neamț, in Romania, Brauner si forma tra le avanguardie di Bucarest prima di approdare a Parigi nel 1938, dove entra in contatto con André Breton e gli ambienti surrealisti, Yves Tanguy, Alberto Giacometti, e stringe amicizia con Constantin Brancusi, anche lui rumeno. La mostra tuttavia insiste sulla sua irriducibile singolarità al punto che, nel 1948, verrà escluso dal Surrealismo. Se nelle opere degli anni Trenta si avverte l’influenza dei paesaggi onirici di Salvador Dalí e Giorgio de Chirico, il mondo di Brauner è più esoterico e al tempo stesso ironico. Uno dei motivi ricorrenti è l’occhio, presenza ossessiva anche prima dell’incidente del 1938, quando, intervenendo per mettere fine a una rissa tra amici, l’artista perde l’uso dell’occhio sinistro. Episodio di cui il famoso «Autoritratto con l’occhio estratto» (1931) viene visto come premonizione. La sua ricerca si orienta allora sul corpo frammentato, sul doppio, sulla metamorfosi.
Durante la guerra e l’occupazione nazista della Francia, Brauner, ebreo, è costretto a lasciare Parigi e si rifugia nel Sud, in un paesino sulle Alpi. L’isolamento e la scarsità dei materiali per lavorare lo obbligano a usare quel poco che ha a disposizione ed è in questo periodo che sviluppa alcune delle sue invenzioni più radicali, tra cui il dessin à la bougie, dove la cera della candela diventa per l’artista un materiale «magico» e le sue opere delle sorte di «talismani» che lo proteggono dalla violenza del mondo: «Nonostante la Grande Storia che pesa molto su Victor Brauner, come su altri artisti stranieri della prima metà del ’900, il pittore ha proseguito le sue invenzioni per tutta la vita con una tenacia esemplare e una generosa originalità»prosegue la curatrice. Nel 1945 ritorna a Parigi e nel 1947 partecipa all’Exposition internationale du Surréalisme alla Galerie Maeght. Le sue opere del dopoguerra si ispirano ai geroglifici egizi e ai tarocchi. Brauner sperimenta materiali poveri e soluzioni prossime al bricolage, inserendo carta di giornale, gesso o oggetti trovati nelle sue composizioni. Emergono vicinanze con l’Art brut e il «Pensiero selvaggio» di Claude Lévi-Strauss. Il fondo d’archivio incluso nel percorso (lettere, fotografie e progetti espositivi) contribuisce a restituire l’immagine di un artista colto, ironico e metodico. È probabilmente a metà degli anni Cinquanta che Brauner comincia la sua collezione di opere e oggetti d’arte d’Africa e Oceania, ceduta al museo di Saint-Étienne nel 1987 da Jacqueline Brauner, moglie dell’artista. La curatrice mostra come Brauner vedesse questi oggetti come «presenze vive», con le quali stabilire un rapporto «fraterno»: «Le fotografie dei suoi atelier, a Parigi e Varengeville-sur-Mer, così come quelle di tutti i suoi spazi di vita quotidiana, mostrano chiaramente quanto questi oggetti facessero parte integrante del suo universo creativo e della sua esistenza. Per il pittore la propria collezione rifletteva una concezione di fraternità tra artisti, fondata sulla credenza di un’appartenenza comune all’opera umana, anche degli autori anonimi, e testimonia il suo profondo interesse per le culture extraoccidentali. Questi oggetti costituivano per lui una fonte di stimolo per l’immaginazione e prolungavano la dimensione magica evocata nella sua stessa opera. Erano, in un certo senso, un modo per entrare in relazione con altre civiltà», conclude Camille Morando.
Victor Brauner, «Repas de la Somnambule», 1942. © Sacem Monaco 2026. Foto François Fernandez