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Redazione GdA
Leggi i suoi articoliJane Swavely sviluppa una pratica pittorica basata su luce, colore e stratificazioni, in cui ogni tela è concepita come spazio da esplorare con il corpo e con lo sguardo. Dal 4 marzo all’11 aprile, kaufmann repetto Milano ospita My Little Pony, la sua nuova mostra, che presenta 21 opere recenti. Il percorso espositivo è accompagnato da un testo del curatore e regista Fabio Cherstich, che descrive la relazione dell’artista con la materia, il gesto e la storia della pittrice americana.
Le pitture di Swavely mescolano romanticismo e minimalismo, traendo ispirazione da immagini naturali e cinematografiche. Le tele alternano campiture dense di colore a zone in cui la pittura è stata rimossa chimicamente, rivelando strati nascosti di tonalità e forme. Molte opere sono arricchite da superfici argentate cangianti, lucide o ossidate, creando un effetto di luce sempre mutevole. Attraverso composizioni stratificate, l’artista esplora presenza e assenza, invitando lo spettatore a muoversi tra visione e percezione. «Le pitture sono riduttive ma non minimaliste. Abbracciano la loro materialità, lasciando tracce del supporto e della storia della loro realizzazione. L’atto è performativo. Mentre vengono create, la pittura stessa è il soggetto», racconta Swavely (Jane Swavely, 2024).
La mostra offre anche uno sguardo più personale sulla sua pratica. Cherstich descrive il rapporto fisico e diretto di Swavely con le tele: nel suo studio al Bowery le sposta, le sovrappone, le fa scivolare sul pavimento, come se fossero presenze vive che dialogano con lo spazio. Le sue tele non sono oggetti isolati, ma ambienti da attraversare, da percepire con il corpo prima ancora che con lo sguardo.
Radicata nella storia dell’arte americana, la pittura di Swavely porta tracce della luce della Bay Area, della rigorosa struttura di Brice Marden e delle tensioni del New Image Painting, senza diventare mai illustrativa. Ogni tela assorbe il contesto urbano di New York, filtrando luce e movimento, trasformandosi in strumenti che registrano la condizione di essere in città più che rappresentarla.
La formazione e le esperienze di Swavely negli Stati Uniti hanno modellato la sua pratica: studi alla Boston University, la mostra «New Image Painting» al Whitney Museum, gli anni da assistente di Lois Lane e la collaborazione con Brice Marden. Questi incontri hanno insegnato all’artista a trattare la pittura come un campo vivo, in cui superficie, supporto e materiali hanno pari peso rispetto al colore e al gesto.
Anche il suo coinvolgimento con A.I.R. Gallery, uno dei primi spazi femministi gestiti da artiste negli Stati Uniti, ha consolidato l’idea della pittura come atto relazionale, legato a dialogo, responsabilità e ascolto. Negli anni più recenti, Swavely ha trasformato la sua pratica: con le cosiddette «green screen paintings», il paesaggio scompare e il colore diventa spazio. La sua lunga esperienza a New York, osservando il Bowery dal suo loft e i cambiamenti della città, ha influenzato direttamente la luce e la profondità delle sue opere. Oggi, il lavoro di Jane Swavely è capace di unire storia e innovazione, vulnerabilità e forza. Le sue pitture chiedono di essere attraversate e percepite.