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Luana De Micco
Leggi i suoi articoliTra gli eventi internazionali dedicati al centenario della morte di Claude Monet (Parigi, 1840-Giverny, 1926), la mostra «Monet au Havre», organizzata dal 5 giugno al 27 settembre al Musée d’art moderne André Malraux (MuMa) di Le Havre, ricostruisce il legame profondo fra il pittore e la città della Normandia, in cui il futuro padre dell’Impressionismo trascorre gli anni della formazione. Le Havre è anche un vero e proprio laboratorio, dove prendono forma gli elementi visivi destinati a sfociare in «Impression, soleil levant» (1974), opera fondatrice del movimento. Nato a Parigi nel 1840, il giovane Oscar-Claude si trasferisce con la famiglia a Le Havre nel 1845, quando il padre Adolphe, in difficoltà economiche, entra nell’impresa del cognato Jacques Lecadre, commerciante di spezie. La città portuale, allora in piena espansione, segna il suo immaginario: Monet cresce fra l’effervescenza del porto, le architetture borghesi di Ingouville, le spiagge di Sainte-Adresse, le maestose falesie e i cieli mutevoli della costa normanna, intorno a Graville, Harfleur e alla pointe de la Hève. Di questi luoghi conserverà sempre, come dirà più tardi, «l’impressione indelebile creata dall’apertura delle strade sul mare». Curata da Géraldine Lefebvre, direttrice del MuMa, insieme a Michaël Debris e Pascal Perrin, la mostra riunisce un centinaio di opere tra dipinti, pastelli, caricature, fotografie, documenti d’archivio e taccuini inediti. Molte celebri opere arrivano da musei di tutto il mondo, dal Musée d'Orsay e il Marmottan-Monet di Parigi alla National Gallery of Art di Washington e le National Galleries of Scotland di Edimburgo.
Prendendo avvio da questi anni giovanili, il percorso, in dieci sezioni, ricostruisce il contesto familiare e culturale in cui nasce la vocazione artistica del pittore. Il museo espone i due quaderni del 1856 in cui Monet, appena quindicenne, disegna paesaggi rurali, imbarcazioni, giardini, pescatori, scogliere, giardinieri e bambini, annotando luoghi e date: «Questi quaderni, ultimi testimoni degli anni della spensieratezza, costituiscono un vero e proprio “alfabeto grafico”, scrivono i curatori in una nota. Il giovane artista elabora un repertorio di forme che saprà poi combinare, sviluppare e superare. Contrariamente al mito di un Impressionismo nato da una pura spontaneità, questi quaderni attestano una già affermata padronanza del disegno, acquisita a contatto diretto con il paesaggio normanno. Sono l’atto di nascita di uno sguardo». Un altro aspetto non sempre noto della formazione di Monet, che la mostra affronta, è la caricatura. Prima di diventare il pittore delle ninfee, Monet è un caricaturista pieno di ironia e talento. Inizia sui banchi di scuola, riempiendo i quaderni di caricature dei professori. Poi ritrae armatori, commercianti, borghesi e comincia a vendere i suoi disegni, in cui si avverte l’influenza di Daumier. Una trentina di questi fogli è arrivata fino a noi e sono esposti, tra cui il ritratto-caricatura del cugino Eugène Lecadre (1858), riscoperto di recente. L’incontro decisivo però, com’è noto, è quello con Eugène Boudin, che incita Monet a dipingere in plein air. La mostra ricorda il momento di svolta del 1858, quando il giovane artista in erba dipinge il suo primo paesaggio posando il suo cavalletto sulle colline di Le Havre accanto a quello del maestro: i due dipinti, «Vue prise à Rouelles» e «Paysage normand», conservati al Marunuma Art Park, in Giappone, sono esposti ora l’uno accanto all’altro. Il percorso approfondisce anche altri aspetti meno noti degli anni di formazione: l’interesse per la natura morta, con composizioni ispirate a Chardin e Desportes, e per la fotografia. A questo proposito la mostra crea un dialogo tra le vedute di porti di Monet e i paesaggi marittimi di Gustave Le Gray. Suggestiva è la sezione dedicata ai pastelli di cieli normanni che Monet realizza verso il 1868, influenzato dagli studi atmosferici di Boudin.
Claude Monet, «Meditazione. La signora Monet sul divano», 1871 ca, Parigi, Musée d’Orsay, Legs M. et Mme Raymond Koechlin, 1931. © GrandPalaisRmn (Musée d’Orsay), Gérard Blot