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Dettaglio di «A jew», 2020 di Andrea Federici

Courtesy of Maurizio Nobile Fine Art

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Dettaglio di «A jew», 2020 di Andrea Federici

Courtesy of Maurizio Nobile Fine Art

Maurizio Nobile Fine Art tra Venezia e Milano

Augusto Gadea e Andrea Federici animano un’intensa mostra che la galleria bolognese apre in laguna durante la Biennale di Venezia. Tra qualche giorno sarà la volta della trasferta milanese con un progetto incentrato su ritratti e autoritratti

Margherita Panaciciu

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Alla vigilia della Biennale di Venezia, mentre il tema «In Minor Keys» risuona come una proposta di ascolto più che di semplice visione, la galleria Maurizio Nobile Fine Art si prepara ad inserirsi nel tessuto lagunare con una mostra che, allestita negli spazi di Medusa Fine Art (Calle de la Verona, 3659/A),  sembra costruita come un dispositivo di risonanze. «Tra vulnerabilità e trasformazione», questo il titolo, attiva dal 4 al 24 maggio un campo semantico come spazio percorribile, dove la pittura diventa esperienza di scambio tra materia e psiche, tra sedimentazione e apparizione.

Il dialogo tra Augusto Gadea e Andrea Federici si configura come un dittico non oppositivo ma complementare, fondato su una tensione condivisa, quella tra fragilità e permanenza, tra superficie e profondità, tra ciò che si dissolve e ciò che insiste. La curatela, implicitamente allineata alla sensibilità del progetto di Koyo Kouoh per la Biennale, ricerca una coabitazione di stati percettivi.

In Gadea, la pittura si origina letteralmente dalla terra, non come metafora, ma come procedura. I pigmenti, ottenuti da campioni di suolo raccolti nei luoghi attraversati dall’artista, introducono nell’immagine una temporalità geologica, quasi pre-umana. Il ritratto, ridotto a essenzialità estrema, non fissa l’identità ma la lascia emergere come evento instabile. I volti giovani che popolano le sue opere non sono figure, ma apparizioni che sembrano ancora in fase di formazione, come se la materia non avesse deciso del tutto la propria configurazione. Qui la vulnerabilità non è tema ma condizione strutturale della pittura stessa.

Federici, al contrario, lavora sul volto come campo psichico già attraversato dalla storia. Se Gadea sottrae definizione, Federici la moltiplica in tensione. I suoi ritratti cercano l’attrito: ogni volto è un sistema instabile di segni, dove la psicologia non è rappresentata ma resa sensibile. In opere come «Winterreise», il riferimento schubertiano non è citazione colta ma architettura emotiva: il viaggio diventa discesa nell’interiorità come paesaggio invernale dell’identità. L’immagine dell’uomo albino, sospesa tra rarefazione e icona, introduce una bellezza che non coincide con il riconoscibile, ma con ciò che resiste alla normalizzazione dello sguardo.

Altrove, la scena del giovane falegname con la lumaca sul banco di lavoro introduce una frizione quasi etica dove il tempo della produzione e quello biologico entrano in collisione silenziosa. È una poetica della lentezza che non si limita a criticare la modernità ma ne incrina la grammatica interna, suggerendo un’altra economia dell’attenzione. Ciò che rende questo incontro particolarmente significativo è la convergenza non tematica ma strutturale: entrambi gli artisti trattano la vulnerabilità come forma di conoscenza. In Gadea, essa coincide con la porosità della materia; in Federici, con la permeabilità del soggetto. In entrambi i casi, l’immagine non è mai conclusa, è un processo che resta aperto, una soglia che non si chiude. E se il tema della Biennale invita a un ascolto «in tonalità minori», questa mostra ne traduce la proposta in forma plastica: abbassare il volume del visibile per permettere all’invisibile di emergere.

Giorgio de Chirico, «Ritratto di Leonida Rapaci», 1945. Courtesy of Maurizio Nobile Fine Art

In attesa della mostra che aprirà con la Biennale, la galleria bolognese partecipa alla fiera miart in programma dal 17 al 19 aprile. Per l'occasione esporrà una ventina di opere, ritratti e autoritratti dall’Ottocento al contemporaneo ma anche dipinti, sculture e opere su carta (con una particolare attenzione agli anni Venti e Trenta del Novecento). Tra gli autori in fiera, nomi come Francesco Spanghero, Giovanni Colacicchi e di Giulio Vito Musitelli ma anche Paolo Troubezkoy e lo stesso Augusto Gadea, artista uruguaiano presente nella mostra veneziana. «Il progetto si inserisce in un percorso di ricerca che la galleria porta avanti a partire dal 2008, quando inaugurò la mostra Visage en pose a cura di Eugenio Busmanti, e che trova nel ritratto uno dei suoi ambiti privilegiati di indagine. Attraverso un allestimento concepito come una continuità spazio-temporale, con particolare attenzione agli anni Venti e Trenta del Novecento, l’esposizione mette in luce la capacità del ritratto di oscillare tra aderenza al reale e libertà espressiva, fino a esiti più eccentrici. Centrale è anche il tema dell’autoritratto, inteso come momento di consapevolezza e dichiarazione esistenziale, in cui l’artista si confronta con la propria identità più profonda. Angelo Dall’Oca Bianca, Giulio Vito Musitelli, Giovanni Colacicchi tra gli artisti che animano questo percorso. Un percorso che si apre infine alla contemporaneità con un’opera di Augusto Gadea, sottolineando la continuità tra la tradizione e le ricerche più attuali», dichiara  Maurizio Nobile.

Margherita Panaciciu, 13 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

Maurizio Nobile Fine Art tra Venezia e Milano | Margherita Panaciciu

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