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Le fotografie del giovane Tino Stefanoni (Lecco, 1937-2017) lo mostrano al tecnigrafo, camice bianco, camicia e cravatta, come un ingegnere di allora intento a progettare, oppure chino sui fogli da disegno, una lente fra le dita, mentre traccia uno dei suoi certosini lavori ad acrilico e grafite su tela che oggi, nella mostra «Tino Stefanoni. La ricerca delle cose» presentata da M77 a Milano fino all’8 giugno, sono esposti affiancati, ognuno, da una lente identica a quella impugnata da lui. L’immagine che se ne ricava parrebbe quella di un algido e severo professionista uscito dal Politecnico (che infatti frequentò a Milano) se, all’ingresso, non ci accogliesse una gigantografia che lo ritrae mentre cammina giocosamente fra le sue sagome di oggetti quotidiani (tazze, camicie ben ripiegate, borse per l’acqua calda, scrivanie da ufficio...) buttate su un prato.
La cifra dell’ironia non manca, infatti a questo artista apparentemente così controllato, che negli anni ’60 e ’70 si è mosso tra concettualismo, pop e minimalismo, compilando una sorta di catalogo delle cose banali che ci circondano (ci sono anche mestoli e imbuti, barattoli e matite, buste da lettera e poltrone), irreggimentate in ranghi perfetti entro le linee direttrici da lui tracciate sulla tela. La mostra, curata da Elizabeth Mangini (California College of the Arts, San Francisco) presenta al piano terreno esempi importanti della sua prima produzione, occupata dagli «elenchi di cose» (e quindi dalla riflessione sul nostro rapporto con gli oggetti del quotidiano), declinati da Stefanoni, con il suo tratto rigorosamente grafico, in forme e materiali diversi: dipinti, disegni, sagome ritagliate nel ferro, altre nella plastica.
Ma sin dal 1966 nei suoi lavori a rilievo su tavola intitolati «Riflessi» (qui esposti al piano superiore) iniziano a comparire micro-paesaggi sui bolli a rilievo, che già nel corso dei ’70 si dilatano e diventano dipinti autonomi, via via più stupefatti e «metafisici» (una «metafisica del quotidiano», per dirla con un suo titolo e con il de Chirico ferrarese), per via di quelle forme elementari e di quelle luci che provengono da una fonte misteriosa, accendendo su esse lumi inattesi. Oltre a questi dipinti e a una scultura, al piano superiore c’è la sorpresa della «Stanza della pittura», la suggestiva installazione ambientale del 1991, ben raramente esposta, dove risuona una lieve traccia audio di Franco Mussidda. Con questa mostra M77 inizia a rappresentare l’Archivio Tino Stefanoni, nel solco della ricerca avviata nel 2018 che l’ha vista esplorare e valorizzare il lavoro di artisti centrali (come Emilio Isgrò) già in quei decenni del dopoguerra ma talora non noti quanto meriterebbero, come Maria Lai, Alberto Biasi, Grazia Varisco, che solo di recente hanno trovato la visibilità che meritano.

«Borsa dell’acqua» di Tino Stefanoni