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Anna Aglietta
Leggi i suoi articoliPer la 16ma edizione del premio «Artist of the Year» Deutsche Bank ha selezionato Lucia Tallovà (Bratislava, 1985), un’artista multidisciplinare rinomata per i suoi collage e installazioni per cui combina fotografie ritagliate da libri e riviste a frammenti di oggetti ed elementi naturali.
A motivare la selezione, raccontano i membri del comitato Sam Bardaouil e Till Fellrath (direttori di Hamburger Bahnhof-Museum für Gegenwart, e fondatori di Art Reoriented), è stato l’approccio progressivo di Tallová: «Le sue opere sono riflessioni profonde sulla memoria, l’identità e la cultura materiale. Si interfacciano con narrative socio-storiche e sfidano gli spettatori a mettere in questione la propria storia».
Il lavoro di Tallová è esposto al Palais Populair di Deutsche Bank a Berlino dal 10 settembre al 31 dicembre nella mostra «Moving Clouds». Abbiamo incontrato l’artista per parlare del premio, del suo lavoro e delle sue origini.
Come ci si sente a vincere un premio così prestigioso?
È stata una sorpresa enorme, ancora oggi non riesco a credere che sia vero!
Il premio riconosce il suo lavoro sul tema della memoria in un mondo sempre più digitale. In che modo le sue opere, che sono completamente analogiche, si approcciano alle nuove tecnologie?
La domanda principale che mi pongo quando lavoro è il ruolo degli oggetti dimenticati, abbandonati, nel mondo di oggi. Per me l’atto di ricordare e quello di dimenticare hanno lo stesso peso, sono allo stesso livello, e, con le mie opere, spesso creo delle memorie fittizie per sostituire quello che è stato dimenticato. Ad esempio, oltre a usare fotografie personali o di archivi familiari, mi piace lavorare con immagini trovate nei mercatini, di cui non conosco l’origine. Oggi, con l’Intelligenza Artificiale e i cloud digitali, abbiamo a disposizione memorie enormi, in cui ogni ora, ogni nota a pié di pagina, è salvata, memorizzata. Mi piace contrapporre a questi archivi digitali un archivio della materialità, vecchie memorie analogiche, nelle quali per me risiede la magia, la poesia.
Rimanendo in tema di clouds, che cosa possiamo aspettarci dalla mostra al Palais Populair?
Il titolo della mostra, «Moving Clouds», si riferisce alla mia serie ancora in corso «Clouds», dedicata alle nuvole, ma anche ai cloud digitali. La parola «moving» da un lato indica il concetto di cambiamento, del tempo che passa, dall’altro l’aspetto emotivo del lavoro [in inglese, moving significa anche commovente]. Ho creato un’installazione site specific per il museo, con cui ho messo in relazione tutti i medium con cui lavoro, dai dipinti a grande formato alle sculture della serie «Fragility of Caryatid», oltre a tanti collage e assemblaggi, come ad esempio quelli della serie «Unstable Monuments». Ho preparato lo spazio come se fosse una scenografia per il teatro, per l’opera, in cui lo spettatore può entrare, esplorare.
Dalla serie «Unstable Monuments», 2026, Lucia Tallová
Dalla serie «Unstable Monuments», 2026, Lucia Tallová
L’immagine della donna è predominante nelle sue opere. Che cosa vuole comunicare?
Parlare della donna, della sua posizione, è davvero fondamentale per me in quanto artista donna, e mi permette di offrire sempre la mia prospettiva, i miei sentimenti. Lavoro con materiali ritrovati, che mostrano il corpo della donna nella prima metà del XX secolo, fino agli anni Settanta, e li comparo alla situazione della donna oggi, aggiungendo i miei commenti personali. La società, ancora adesso, ci impone una pressione, di essere donna, di prenderci cura di tutti, della casa, della famiglia, ma anche della bellezza, della carriera, del corpo. E quindi la maggior parte delle volte rappresento le donne in posizioni difficili, strane, e cerco di decostruirne il corpo, combinando, ad esempio, arti e parti del corpo femminile con elementi architettonici, per mostrare come le donne siano parte del sistema di supporto della società. Con la serie «Fragility of the Caryatid», ad esempio, immagino la donna moderna come una cariatide, che porta tutto sulle proprie spalle, il peso dell’accettazione, le pressioni da parte della società, e deve cercare di non collassare, di trovare un equilibrio per sostenere questo sistema architettonico.
Nel suo lavoro troviamo anche richiami alla storia dell’Est dell’Europa.
Sì, sono cresciuta nei primi anni Novanta in Slovacchia, alla fine del Comunismo e durante la Rivoluzione di velluto (che determinò la fine della Cecoslovacchia e la nascita degli stati della Slovacchia e della Repubblica Ceca, Ndr). Quando ero piccola, Bratislava era piena di monumenti abbandonati, vuoti, da cui avevano rimosso le sculture, che rappresentavano generali o politici comunisti. Per noi bambini erano diventati dei parchi giochi, delle piste da skateboard, ma allo stesso tempo creavano un senso di mancanza, un buco nella nostra storia, che rispecchiava l’umore degli anni Novanta: non eravamo più parte del regime comunista, o dell’Unione Sovietica, ma non eravamo ancora un Paese democratico dell’Ovest. Con il mio lavoro, cerco di trasmettere questo senso di precarietà, di essere a cavallo tra due mondi. Poi, mi piace molto raccogliere vecchi cataloghi di musei occidentali, come il Pompidou o il Louvre, che per noi nell’Est erano vietati. Quando a scuola ho visto per la prima volta una fotografia dei monumenti greci ad Atene non riuscivo a crederci, pensavo fosse una favola. E invece il mondo è pieno di edifici, monumenti, di musei pieni d’arte… Ne sono ancora affascinata, adesso viaggio tanto, vado sempre a visitare i musei di arte antica, e ne uso le fotografie nelle mie installazioni, per rappresentare il senso di meraviglia che ci era vietato.