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Davide Landoni
Leggi i suoi articoliIn un mondo dove ciò che più ci ossessiona è l’inesausta ricerca del nuovo, l’arte di certo non si distanzia da questa tendenza. Il «già visto» una condanna, la novità un diktat, la ricerca una compulsione. Eppure, varcando la soglia della galleria P420 di Bologna per la seconda personale di Merlin James, intitolata «See Through», tale frenesia sembra placarsi, assecondare un ritmo diverso. Nato a Cardiff nel 1960 e oggi attivo a Glasgow, James non insegue il nuovo come categoria estetica e tantomeno come canone morale ma preferisce orchestrare una partitura fatta di ritorni, variazioni e memorie. L'esposizione, aperta dall'11 aprile al 6 giugno, si presenta quindi come una jam session visiva, in cui opere di periodi differenti convivono senza gerarchie cronologiche.
Merlin James, «Island», 2002-10. Courtesy l’artista e P420, Bologna. Foto: Carlo Favero
Merlin James, «Honesty (Corner Table)», 2026. Courtesy l’artista e P420, Bologna. Foto: Carlo Favero
Per sfuggire all’imperativo del rinnovamento, l’autore si affida poi a un processo creativo che si distende nel tempo, e così facendo lo inganna. Lo stesso titolo della mostra, «See Through», allude a questa dinamica giocando con l’ambiguità della lingua inglese. Da un lato, il «guardare attraverso» richiama la trasparenza fisica della pittura mentre dall'altro evoca l'espressione del «portare a compimento», suggerendo un infinitezza legata alla natura dei lavori esposti. E se l’opera non è conclusa, allora non può invecchiare e il suo tempo potrebbe non finire mai. Per stressarne il carattere «altro», lontano dal suo controllo, James descrive il suo lavoro come un modo per far «viaggiare nel tempo» i dipinti, creando una sorta di ipercoscienza visiva che unisce l'artista e l'osservatore in uno stato di veglia e, al contempo, di trance. Indossata questa lente, la mostra diventa un dispositivo di opere interconnesse, aperte, sia in loro stesse che nel rapporto reciproco. In «Couples» (2026), un cipresso sembra galleggiare su una linea dell'orizzonte che, a un’analisi più attenta, si rivela essere una giuntura fisica della tela. Lo stesso accade in «Piano» (2025-2026), dove la scena d'interno viene tagliata da un intervento materico che riporta la pittura a una dimensione artigianale e terrena. James usa tagli, buchi, cenere e persino modellini di edifici per scardinare le convenzioni del genere pittorico. Sul bilico tra l’ancora materiale che le forma e l’immagine lirica che rappresentano, le opere di James restano sospese in una bolla di indeterminatezza che ne estendono la vita fintanto che nessuno, sfiorandola, ne scoppi l’incanto riportandole nel mondo.