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Gianfranco Ferroni
Leggi i suoi articoliL’universo di Keith Haring (1958-90) nelle sale del romano Palazzo Braschi. Una scommessa, senz’altro, e per alcuni una vera e propria provocazione, in un edificio caro allo Stato Pontificio e che si caratterizza per il cognome della famiglia di un pontefice, Pio VI (1717-99). Inaugurata il 6 ottobre con una serata che ha visto come dj set Corrado Rizza chiamato ad evocare il Paradise Garage di New York, l’esposizione, che sarà visibile fino all’11 aprile 2027, non dimentica quel concetto di «eros radiante» che accompagnò il lavoro di Haring. Con materiali concessi in prestito dalla Nakamura Keith Haring Collection, la mostra è curata da Kaoru Yanase, Ilaria Miarelli Mariani e Claudio Zambianchi, e promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, coprodotta e organizzata da Sovrintendenza Capitolina e MondoMostre, con il supporto di Zètema Progetto Cultura, e che vede come premium partner Fineco, mobility partner Atac, partner culturale Hotel de la Ville, Rocco Forte Hotels, fashion partner Rinascente e radio partner Dimensione Suono Roma, le sale da vedere sono numerose.
Ma l’attenzione di tanti è calamitata dalla sezione «X rated», e che invece non è vietata ai minori. Nei testi di sala si legge che durante la sua vita Haring «fa del corpo, della sessualità e dell’eros un’espressione essenziale di libertà e connessione umana. Lontano dal considerare l’immaginario erotico come provocazione, l’artista lo trasforma in un linguaggio visivo universale che esalta il desiderio, l’intimità, il piacere, l’amore, affidandosi alle stesse linee decise e alla stessa energia che attraversano tutta la sua opera. Le iconiche figure, danzanti, intrecciate l’una all’altra, incarnano il desiderio e la connessione umana, la libertà di espressione, la visibilità queer, l’affermazione della vita di fronte alla paura. Oltre l’erotismo, queste opere sono un inno all’esistenza stessa: il movimento, il piacere, l’amore, il senso di comunità, restituiti con la stessa immediatezza gioiosa che caratterizza la sua arte pubblica. Nate nel pieno della crisi dell’Aids e in un clima sociale sempre più conservatore, le opere di Haring rivendicano apertura, empatia e gioia, proprio quando molte voci chiedevano solo silenzio e vergogna. Per lui, abbracciare il corpo e rendere omaggio all’amore diventano gesti di resistenza e di speranza, un modo per affermare la vita di fronte alla perdita e alla paura. Attraverso questo linguaggio visivo universale, Haring trasforma l’erotismo in un’affermazione di vita, celebrando la forza dell’amore, della diversità e dello spirito umano come parte inseparabile del suo più ampio impegno per la libertà e la giustizia sociale». Parole scelte con cura che però non nascondono la forza delle immagini proposte. Una sezione della mostra che rischia di far passare in secondo piano la ricostruzione di una parte del murale di Keith Haring realizzato lungo la Fdr Drive di New York, la strada a scorrimento veloce che corre lungo il lato orientale di Manhattan, accanto all’East River. E viene anche proposta «Altarpiece: The Life of Christ», l’opera destinata alla Cathedral Church of St. John the Divine di New York, dove fu esposta in occasione del suo stesso funerale, una personalissima pala d’altare. Lo stesso Haring disse: «L’arte del disegno è fondamentale ancora la stessa fin dai tempi preistorici. Essa unisce l'uomo e il mondo. Vive attraverso la magia». La riconoscibilità del suo tratto è un punto di forza, il messaggio che lancia nei suoi lavori è destinato all’immortalità, iconico, tanto da affermare: «I miei disegni potrebbero essere disegnati su qualsiasi supporto o materiale, come i geroglifici egizi, i pittogrammi maya o indios. I miei disegni vogliono attivare una superficie e diffondere energia. E trasformare una superficie neutra, anonima, dandole una personalità».
Stefano Fontebasso De Martino, performance di Keith Haring a Palazzo delle Esposizioni, Roma 1984. Keith Haring artwork © Keith Haring Foundation