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Stefano Luppi
Leggi i suoi articoliAlla Galleria Nazionale di Parma, nel Complesso monumentale della Pilotta, una parte del percorso è focalizzata sull’arte al tempo dei Farnese, il periodo più felice all’inizio del XVI secolo per la presenza sul territorio parmense di Correggio e Parmigianino, autori che hanno lasciato qui fondamentali esempi della loro attività. Dopo tali elevate prove, il percorso analizza la temperie artistica che si sviluppò poco oltre con importanti personalità dotate di un linguaggio autonomo e di rilievo. Tra esse anche l’ancora piuttosto misterioso Giorgio Gandini del Grano (Parma, 1498-1538) che, presente alla Galleria Nazionale con quattro lavori, spesso non è degnato di molti sguardi da parte dei visitatori, nonostante meriti attenzione per la «misteriosità» della figura e per lo stile nervoso e sofisticato. Una preziosa occasione di approfondimento è ora offerta da «Giorgio Gandini Del Grano. L’enigma di un maestro sulle orme di Correggio», presso il Complesso monumentale della Pilotta dal 17 ottobre al 17 gennaio 2027, a cura di Stefano L’Occaso, direttore del Palazzo Ducale di Mantova, e Denis Ton, direttore della Pilotta, con la collaborazione di Stefania. Si tratta della prima rassegna monografica a lui dedicata e comprende tutta la produzione pittorica ritenuta autografa (eccetto un dipinto conservato in Russia), ossia due pale d’altare, conservate alla Pilotta e a Palazzo Pitti di Firenze, e sette lavori di piccolo formato provenienti appunto da Galleria nazionale di Parma, Pinacoteca dell’Accademia di Belle Arti di Torino, due collezioni private inglesi e dal Sinebrychoff Art Museum di Helsinki. Se il centro della scena se lo prende l’olio su tavola raffigurante «La Città di Parma presentata alla Vergine (con il vescovo san Bernardo degli Uberti che presenta la città di Parma alla Madonna con Bambino e santi)», acquistato per il museo nel 2024, interessante è il confronto con gli altri lavori esposti, compresi alcuni disegni. Ad esempio la «Sacra Famiglia coi santi Michele arcangelo, Geminiano e angeli» del 1534-35 proveniente dalla Chiesa di San Michele dell’Arco, in passato assegnata a Lelio Orsi e requisita da Napoleone nel 1796 (tornò dalla Francia nel 1816), oltre a due «Madonne con Bambino e santi» di poco precedenti. Abbiamo intervistato Denis Ton, direttore della Pilotta dallo scorso aprile.
Quali sono le caratteristiche di Gandini del Grano e come si inserisce nel suo tempo?
Giorgio Gandini è stato per molto tempo registrato dalla critica come un maestro poco caratterizzato nell’ambito della scuola di Parma e della cerchia di Correggio e molte sue opere erano state attribuite ad altri artisti, nonché la sua grafica confusa con quella dello stesso Correggio e di Bernardino Gatti. In realtà, grazie agli studi di Oberhuber, Popham, Cirillo e Godi e altri storici dell’arte si è venuto sempre più chiarendo il profilo di un maestro autonomo, che dalla lezione di Correggio trae spunti, ma sviluppa uno stile di grande autonomia, costruito per accumuli di colore nella tecnica pittorica, e per composizioni stipate, avvitamenti. Oltre a un sottile tratto di inquietudine nelle scelte compositive, che ne evidenziano l’accostamento a un linguaggio nuovo, già di stampo manierista per molti versi. Schiacciato tra due giganti, Correggio e Parmigianino, non si è dato il giusto valore a una voce così indipendente e diversa.
Avete scoperto qualcosa della sua vita, ad oggi ancora priva o quasi di documentazione approfondita, visto che le prime notizie documentarie risalgono al 1532 quando viene nominato dalla madre Lucrezia del Grano procuratore per alcune questioni d’eredità?
Grazie a Chiara Travisonni, che ha scritto un saggio esemplare in catalogo sulle tracce documentarie della sua vita e il contesto storico, abbiamo compreso che Giorgio Gandini è molto più giovane di quanto ritenuto sinora, essendo nato il primo settembre 1498. Anche il testimone del suo battesimo, Francesco Maria Grapaldo, lascia intuire la frequentazione da parte della sua famiglia, piuttosto benestante nel complesso, della cerchia di eruditi e umanisti che gravitavano anche intorno ai grandi monasteri cassinesi della città e che certamente promossero Correggio quale nume tutelare dei grandi cantieri di affresco di quegli anni.
Negli ultimi anni di vita viene incaricato per lavorare nel Duomo di Parma, in una commissione importantissima, quale «erede» di Correggio. Poi non vi lavorerà nei fatti, morendo piuttosto presto, ma qual era il rapporto artistico con il grande artista, da questo punto di vista?
La circostanza che, nel 1535, a Giorgio Gandini venga affidata il completamento del ciclo di affreschi di Correggio in Duomo, con l’incarico di terminare l’area presbiteriale, segnala il fatto che i contemporanei riconobbero in lui certamente il più dotato tra gli artisti della cerchia del maestro, sebbene non sia affatto chiaro se egli si sia formato presso di lui e alcuni indizi potrebbero in verità suggerire il contrario. Nemmeno sono noti altri interventi ad affresco di Gandini, dunque non si sa se egli avesse già dato prova di sé in tale tecnica.
Quali novità emergono da questa mostra, la prima completa sulla sua opera? Si sono attribuite anche nuove opere?
L’esposizione è stata costruita intorno all’acquisizione per la Galleria Nazionale della Pilotta, nel 2024, di un importante tavola rappresentante «La città di Parma presentata alla Vergine», promossa dall’allora direttore Stefano L’Occaso e resa possibile dalla Direzione Generale Musei del MiC. Ad eccezione di un quadro oggi conservato in Russia, tutta la sua produzione pittorica è riunita per l’occasione della mostra. Riguardo al suo lavoro nell’occasione degli studi per la mostra si sono precisate molte circostanze relative alla commissione delle pale d’altare: si è compreso, per esempio, che quella conservata a Palazzo Pitti, esposta lungo il percorso, provenisse dalla distrutta Chiesa di San Pietro che insisteva proprio accanto alla Pilotta. Alcune opere sono state restaurate per l’occasione, tra le quali la tela conservata all’Accademia Albertina di Torino e quella del Museo Nazionale di Helsinki, che si potrà vedere per la prima volta in Italia.
Come avete pensato il percorso espositivo?
Il percorso non ha privilegiato un ragionamento cronologico sull’arte di Gandini del Grano, anche perché è molto difficile scalare nel tempo le sue opere e lo sviluppo della sua produzione si basa su scarti stilistici relativamente contenuti. Si è preferito piuttosto immaginare confronti stringenti di natura tipologica: ad esempio, il visitatore può confrontare le due pale d’altare oggi note e le tele di natura devozionale privata, opere che difficilmente si possono vedere insieme riunite essendo conservate in collezioni private o in collocazione periferiche (come il «Riposo durante la fuga in Egitto» di Helsinki appena citato). Accanto ai dipinti c’è poi una ricca e articolata selezione di disegni, sì che si può avere l’opportunità unica di analizzare la cultura e creatività dell’artista nella massima ampiezza disponibile. C’è davvero modo di capire tante cose in chiave stilistica e formale dall’opportunità di questi confronti diretti mentre il pubblico credo possa avere la possibilità di scoprire un artista degno di entrare finalmente nell’immaginario della storia dell’arte italiana.
In riferimento alla grafica, qual è l’apporto nella sua produzione?
Anche nell’ambito della grafica, Gandini è stato spesso confuso con altri artisti importanti: Correggio, Parmigianino, Gatti. La selezione offerta in mostra, con fogli dal Louvre, dagli Uffizi, dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia e dall’Albertina di Vienna, consente di comprendere il processo creativo dell’artista capace di elaborare dettagliati studi per singole figure e parti di esse, ma spaziando pure da spunti creativi di grande improvvisazione a più ampie ed elaborate composizioni, alternando tecniche differenti: dalla prediletta matita rossa alla penna e inchiostro bruno, talvolta steso anche a pennello a creare un colore neutro di fondo.
Giorgio Gandini Del Grano, «La città di Parma presentata alla Vergine», inizi XVI secolo-1538, Parma, Galleria Nazionale, Complesso monumentale della Pilotta