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Robbie McIntosh, «2025: A Beach Odissey», Napoli, 2025

© Robbie McIntosh

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Robbie McIntosh, «2025: A Beach Odissey», Napoli, 2025

© Robbie McIntosh

Leica, una nuova casa per lo sguardo a Milano

Si amplia la Leica Galerie, uno spazio che diventa hub culturale tra mostre, formazione e comunità. Karin Rehn-Kaufmann racconta la visione del marchio, tra fotografia e futuro dell’immagine

Davide Landoni

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Come ogni universo, anche quello di Leica è in continua espansione. 26 gallerie in tutto il mondo e una costellazione di attività che vanno ben oltre la vendita del prodotto, occupandosi di mostre, presentazioni editoriali, talk e attività formative. Eco viva di una tradizione longeva, intrecciata intimamente con la storia della fotografia, che da Wetzlar si espande fino a Milano, a pochi passi da Piazza del Duomo, dove Leica Camera Italia inaugura uno spazio completamente rinnovato. L’ampliamento, che raddoppia la superficie originaria e introduce un piano superiore, trasforma lo spazio in un hub culturale dinamico e accessibile. Al piano terra, lo store accoglie l’intero universo del brand, dalle iconiche fotocamere ai sistemi più innovativi, fino agli oggetti che negli ultimi anni hanno ampliato l’identità del marchio, come orologi e soluzioni per l’home cinema. Al primo piano trova nuova vita la Leica Galerie Milano, ora ampliata e ripensata come spazio espositivo e luogo di incontro, affiancata per la prima volta dalla Leica Akademie. È in questa dimensione che il progetto rivela la sua vocazione più profonda: diventare un punto di riferimento stabile per la cultura fotografica, capace di mettere in dialogo grandi maestri, nuove generazioni e pubblico. Ambizione condensata nella mostra «Eyes on the Street. The eyes that meet, in the magic of the street», che fino al 9 maggio 2026 propone oltre quaranta opere di ventisei fotografi, italiani e internazionali, storici e contemporanei. Dell'esposizione e dell'intero ampliamento, così come della visione di Leica sul mondo della fotografia contemporanea, ci ha parlato Karin Rehn-Kaufmann, Art Director & Chief Representative Leica Galleries International.

Leica conta oggi una rete internazionale di 26 gallerie. Qual è l’elemento che le unisce?
Sopra ogni cosa, la passione per la cultura della fotografia, che ha favorito lo sviluppo di un grande senso di comunità tra le diverse realtà, e di una rete molto forte che le sostiene. Una volta all’anno ci incontriamo tutti a Wetzlar, in Germania, dove si trova la sede centrale Leica Camera, con i rappresentanti provenienti da diversi Paesi del mondo. Durante l’anno manteniamo invece un contatto costante con incontri online: abbiamo riunioni tra gallerie dell’area austro-tedesca, incontri europei, incontri con gli Stati Uniti e con altri Paesi. Quindi c’è un dialogo continuo su base regionale e poi un incontro globale annuale.

A livello espositivo esiste una visione comune?
Da 50 anni, le Leica Galleries in tutto il mondo sono più che semplici spazi espositivi. Sono luoghi di immaginazione, dialogo e connessione. Al centro c’è il nostro impegno verso una fotografia che rifletta l’eredità e i valori Leica: autenticità, prospettiva umana e forte narrazione visiva. Sebbene ogni galleria mantenga una certa indipendenza curatoriale locale per riflettere il proprio contesto culturale e il proprio pubblico, tutte le mostre sono collegate da questa visione generale e dalla nostra dedizione nel sostenere sia maestri affermati sia voci emergenti della fotografia contemporanea. Il nostro focus principale è sulla fotografia realizzata con fotocamere Leica; tuttavia, se come gallerista incontro un progetto molto importante, anche se l’autore non utilizza Leica, esporrei comunque le immagini.

Che cosa cercate in un autore?
Il criterio principale per me è sempre la storia. Una fotografia o una mostra devono raccontare qualcosa. Personalmente non sono molto interessata a lavori troppo sperimentali nei quali guardo un’immagine e non riesco a capire cosa il fotografo stia cercando di comunicare. Il mio modo di visitare una mostra è sempre lo stesso: prima guardo le immagini, poi leggo il testo e poi torno a osservare le fotografie. La fotografia è un’arte visiva, la storia dovrebbe emergere anche dalle sole immagini. Per questo nelle Leica Galleries cerchiamo sempre lavori che abbiano una forte componente narrativa. Naturalmente la varietà dei generi è molto ampia: fotografia d’architettura, fotografia di moda, fotografia documentaria, ritratto e molti altri linguaggi.

Fate distinzione tra fotografi affermati ed emergenti?
Guardiamo ad entrambi, ma ci piace aiutare i fotografi che potrebbero diventare le icone di domani. In tal senso, un elemento che unisce tutte le gallerie è il Leica Oskar Barnack Award (LOBA). Le gallerie di tutto il mondo ospitano regolarmente mostre dedicate ai vincitori e ai candidati del LOBA. Siamo arrivati alla 45ma edizione e abbiamo ormai una storia molto ricca di vincitori. A volte è anche importante fare qualcosa di nuovo: promuoviamo fotografe di grande talento con LOBA Women Grant, offrendo loro l’opportunità di realizzare un progetto fotografico approfondito e sviluppare ulteriormente il proprio lavoro artistico.

L’aspetto logistico è un problema?
Organizzare esposizioni in luoghi lontani come gli Stati Uniti o Tokyo è più complesso perché i costi di trasporto sono molto alti. In questi casi lo facciamo solo per eventi speciali. Per esempio a Tokyo, ad aprile, presenteranno una mostra su Elliott Erwitt tratta dal nostro archivio.

© Marc De Tollenaere

Siamo a Milano in occasione dell’espansione della Leica Galerie. Che ruolo ha questa città nella rete delle gallerie Leica?
Da quando la prima Leica Gallery è stata aperta a Wetzlar nel 1976, si è sviluppata una rete globale di Leica Galleries in tutti i continenti. Sono molto felice che lo spazio della Galleria sia stato ampliato. Milano è una città molto importante a livello internazionale. È conosciuta per la moda e per la Milano Design Week, che è uno degli eventi più importanti al mondo nel campo del design. Essere presenti qui significa anche avere una responsabilità, bisogna prestare attenzione a ciò che si espone e al rapporto con il contesto culturale della città.

Da cosa siete partiti, dunque?
La mostra che presentiamo, «Eyes on the street», deriva da «The Magic of the Street», un’esposizione presentata all’Ernst Leitz Museum di Wetzlar che riuniva oltre 150 fotografie provenienti dall’archivio Leica Camera AG e di fotografi contemporanei. Per Milano, con la curatela di Giada Triola, Leica Galerie Milano Coordinator, abbiamo realizzato una selezione più mirata, mantenendo il nucleo concettuale del progetto ma adattandolo allo spazio e al contesto della Leica Galerie Milano, integrandolo con gli scatti di nove straordinari autori italiani. Non si tratta quindi di una semplice replica della mostra originale, ma di una sua reinterpretazione curatoriale.

Qual è stato il criterio principale con cui avete selezionato le immagini esposte?
Il filo conduttore è lo sguardo. Sono state selezionate fotografie in cui i soggetti ritratti guardano direttamente verso l’obiettivo. Questo elemento cambia profondamente il rapporto tra chi fotografa, chi è fotografato e chi osserva l’immagine. Lo spettatore non è più soltanto un osservatore esterno, ma entra in una relazione visiva diretta con il soggetto ritratto.

In che modo questa scelta dialoga con la tradizione della street photography?
Nella street photography classica il fotografo tende a restare invisibile, il soggetto spesso non si accorge di essere fotografato e l’immagine nasce da un momento di sorpresa. In queste fotografie, invece, accade l’opposto: il soggetto vede la macchina fotografica e restituisce lo sguardo. Si crea così una dinamica più consapevole, quasi un dialogo visivo tra fotografo, soggetto e spettatore.

Che tipo di relazione si crea tra il soggetto fotografato e chi guarda la fotografia?
Quando il soggetto guarda direttamente l’obiettivo, la fotografia smette di essere soltanto un atto di osservazione e diventa una forma di interazione. Chi osserva l’immagine ha la sensazione di essere a sua volta osservato. Questo ribalta la dinamica tradizionale della fotografia di strada e introduce una dimensione più relazionale.

La mostra mette insieme immagini d’archivio e lavori contemporanei. Che dialogo si crea tra queste due dimensioni?
L’idea era di mettere in relazione epoche diverse della fotografia Leica. L’accostamento permette di vedere come alcuni elementi della street photography, come lo sguardo, l’incontro casuale o la relazione tra fotografo e soggetto, continuino a evolversi nel tempo.

Quanto ha influito la storia della Leica nello sviluppo della street photography raccontata in mostra?
La storia della street photography è strettamente legata alla diffusione della prima Leica 35mm, 100 anni fa. La compattezza della macchina fotografica e la sua discrezione hanno permesso ai fotografi di lavorare in strada con una libertà e una rapidità prima impensabili. In questo senso Leica ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo di questo linguaggio fotografico.

Oggi siamo tutti abituati a essere fotografati. Questo cambia il modo in cui nasce la fotografia di strada?
Sicuramente sì. Oggi viviamo in un mondo in cui siamo costantemente esposti a fotocamere e smartphone, quindi l’atto di essere fotografati non è più così sorprendente come poteva esserlo in passato. Questo cambia anche la dinamica della street photography: lo scambio di sguardi, la consapevolezza della presenza della macchina fotografica e la relazione tra fotografo e soggetto diventano elementi sempre più centrali.

Jeff Mermelstein, «New York City, Usa, 1995». © Jeff Mermelstein

L’espansione della galleria riguarda anche attività come incontri e workshop. Quanto è importante questo aspetto?
Le nostre gallerie sono unite dalla convinzione che le immagini abbiano il potere di emozionare e cambiare prospettive. Da mezzo secolo mettono in relazione culture, generazioni e storie, superando i confini, rafforzando l’idea che la vera fotografia sia senza tempo e che il vedere sia ancora un linguaggio universale. Quando invitiamo un fotografo per l’inaugurazione di una mostra dovremmo organizzare un intero programma attorno all’artista. C’è il vernissage della mostra, il giorno successivo un incontro pubblico con l’artista e il giorno dopo ancora un workshop. Se il fotografo ha pubblicato dei libri organizziamo anche una sessione di firma copie. In questo modo il pubblico non vede solo le immagini, ma incontra anche la persona che le ha create. Per me è fondamentale che durante l’apertura l’artista si presenti, o che qualcuno lo introduca. Mi è capitato di partecipare a molti vernissage in cui il pubblico entra, guarda le fotografie ma non sa nulla dell’autore. Invece conoscere la storia dell’artista cambia completamente il modo di osservare le immagini. E allo stesso tempo il fotografo diventa visibile sia attraverso le sue opere sia come persona. È una situazione vantaggiosa per tutti. Per me è fondamentale che durante l’inaugurazione l’artista si presenti, o venga presentato. Ho partecipato a molti vernissage in cui il pubblico guarda le fotografie senza sapere nulla dell’autore. Conoscere la storia dell’artista cambia completamente il modo in cui osserviamo le immagini. Le gallerie non dovrebbero essere solo spazi espositivi, ma anche luoghi di incontro, scambio e approfondimento.

Questo si collega al lavoro della Leica Akademie?
Sì. La Leica Akademie è una struttura internazionale separata dalle gallerie, ma lavora in parallelo con loro. Oggi abbiamo responsabili dell’Akademie in 21 Paesi che organizzano workshop e attività formative in tutto il mondo. Per esempio, a Venezia organizziamo molti workshop che possono durare una settimana oppure solo pochi giorni. Circa la metà dei partecipanti non è italiano, arriva da tutto il mondo. La Leica Akademie ha una storia molto lunga. Abbiamo iniziato più di 90 anni fa. In Francia esistevano già scuole di fotografia, ma in Germania siamo stati pionieri nel  creare programmi per aiutare le persone a migliorare come fotografi. Oggi, offriamo anche workshop dedicati alla fotografia con smartphone.

Workshop per fotografare con lo smartphone?
Sì, perché anche con uno smartphone si può imparare molto sulla fotografia. L’idea è aiutare le persone a sviluppare uno sguardo fotografico. Poi magari qualcuno decide di fare lo step successivo e passare a una fotocamera. Molti workshop sono legati anche ai viaggi. È molto bello quando dieci persone provenienti da dieci nazioni diverse condividono la stessa passione. In questi contesti la fotografia diventa un linguaggio che unisce, al di là delle differenze politiche o culturali.

Viviamo però in un mondo saturo di immagini. Tutti scattano fotografie continuamente con lo smartphone. Che ruolo può avere Leica in questo scenario?
Oggi siamo diventati molto bravi a scorrere velocemente le immagini sui telefoni. Ho sentito recentemente una statistica: ogni minuto nel mondo vengono condivise circa 3,7 milioni immagini. Per curiosità ho fatto un piccolo esperimento personale: ogni sera mi chiedevo quali immagini ricordassi davvero tra tutte quelle viste durante il giorno. Le immagini che rimangono nella memoria sono quasi sempre quelle che hanno suscitato un’emozione. Un’altra differenza interessante è che quando guardiamo fotografie analogiche tendiamo a dedicare più tempo a ogni immagine. Per questo credo sia importante mantenere viva la fotografia analogica. Il mio obiettivo è sempre che chi visita una galleria porti via con sé almeno un’immagine nella propria memoria. Tutti abbiamo una sorta di archivio mentale di immagini. Alcune diventano iconiche, come la famosa fotografia della ragazza afghana di Steve McCurry. Le gallerie servono anche a custodire e condividere questi archivi visivi.

Leica non ha mai smesso di produrre fotocamere analogiche. 
Oggi la fotografia analogica è tornata di moda. Noi non abbiamo mai interrotto la produzione e abbiamo persino rilanciato la Leica M6 analogica alcuni anni fa. D’altra parte, per me la fotografia nasce sempre da tre elementi: cuore, occhio e fotocamera. Una fotografia stampata ha un valore diverso da un’immagine digitale, quando è appesa a una parete diventa qualcosa di definitivo.

In qualità di membro della giuria del Leica Oskar Barnack Award dal 2008, che tendenze vedi nella fotografia contemporanea?
A inizio carriera spesso uscivo dalle selezioni un po’ depressa perché molti lavori parlavano solo di guerra, droga o violenza. Si puntava sull’impatto emotivo piuttosto che sull’autorialità. Oggi vedo un cambiamento. Molti fotografi sono più personalmente coinvolti nei progetti. Penso per esempio a fotografi come Luca Locatelli o Davide Monteleone. Monteleone ha realizzato una serie sul litio: alcune immagini sembrano quasi pittura, ma raccontano in realtà una storia molto dura legata allo sfruttamento delle risorse.

Dopo tanti anni nel mondo della fotografia, cosa ti sorprende ancora oggi?
Mi sorprende la pazienza e la tenacia che si nascondono, a volte, dietro uno scatto. Barbara Klemm mi raccontò di aver aspettato ore per fotografare il famoso bacio tra Brežnev e Honecker. Mi colpisce sempre quando un fotografo riesce a trovare una propria lingua visiva, una firma. Per esempio fotografi come Jacob Aue Sobol o Steve McCurry hanno uno stile immediatamente riconoscibile. Quando vedi una loro fotografia sai subito chi l’ha scattata. Infine, la cosa più importante per me resta sempre la stessa: raccontare una storia. Una fotografia deve muovermi, deve impressionarmi, deve farmi sentire qualcosa.

Una veduta di Leica Store Galerie, Milano 2026. Foto: Beatrice Pilotto

Davide Landoni, 08 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

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