Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Jenny Dogliani
Leggi i suoi articoliSi è inaugurata stamattina alle Gallerie d’Italia di Torino la grande mostra di Luca Campigotto sulla serie realizzata tra il 2025 e il 2026 intitolata «Wandering Europe», il progetto commissionato da Intesa Sanpaolo, pubblicato nell’omonimo libro Allemandi in italiano e in inglese.
Il percorso espositivo presenta una selezione di oltre sessanta fotografie fino al 7 febbraio 2027, nel libro invece sono più di novanta. Curata da Walter Guadagnini nell’ambito della rassegna «La Grande Fotografia Italiana», ideata da Roberto Koch, la mostra nasce dall’invito, rivolto a Campigotto, a raccontare l’Europa «attraverso la sensibilità che caratterizza la sua ricerca fotografica, spiega Michele Coppola, Executive Director Arte, Cultura e Beni Storici Intesa Sanpaolo, un percorso nella geografia, nella storia e nella cultura europee, evocate in fotografie spettacolari che ritraggono gli spazi dominati dalla natura o dalle attività dell’uomo, le città, le monumentali testimonianze delle civiltà del passato e le ferite lasciate dagli avvenimenti più drammatici della storia recente».
Veneziano, classe 1962, Campigotto ha scelto la chiave del viaggio. In origine immaginava un lavoro sui paesaggi naturali; poi, una volta in macchina, il progetto ha cominciato a cambiare insieme alla strada. Quasi 50mila chilometri percorsi da solo, modificando ripetutamente destinazione e incontrando città, siti archeologici, rovine industriali e luoghi «dove la storia è passata in maniera travolgente», spiega. Dalle coste portoghesi dell’Atlantico a Lampedusa, dall’Armenia e dalla Turchia fino alle Svalbard. Un itinerario libero, guidato dalla sorpresa e dalla meraviglia davanti a un Continente tanto stratificato da spingere continuamente lo sguardo in direzioni diverse, guidato da ciò che lui chiama «l’evidenza poetica dei luoghi»: la grandiosità di un paesaggio, la forza travolgente di un’architettura in rovina, di un’archeologia industriale o delle cicatrici della violenza storica.
Com’è nato il progetto?
La committenza è stata aperta, disponibile, generosissima. Mi sono quindi proposto fin da subito di interpretare il progetto attraverso il viaggio, che rappresentava anche una sfida personale. Mi piace che il mio lavoro rifletta il fatto di essermi messo alla prova: ho viaggiato per vedere.
Luca Campigotto, «Atene, Grecia», 2023. © Luca Campigotto
Luca Campigotto, «Bruges, Belgio», 2022. © Luca Campigotto
Come ha scelto i luoghi da fotografare?
Mi sono messo in macchina e sono andato alla ricerca di ciò che mi colpiva: luoghi che possiedono, per ragioni diverse, una grande forza poetica ed evocativa. Sono bellissimi, sono drammatici, ma ciò che li accomuna è la forza della loro presenza. È questo che mi interessa, che mi colpisce e che mi spinge a fare il fotografo da quasi quarant’anni. Spero di riuscire a comunicare agli altri le sfaccettature e le suggestioni che ho colto. Grazie a un lavoro condotto con grande perizia, pazienza ed esperienza, è stato possibile riunirle e rendere giustizia al caleidoscopio, anche caotico, che avevo raccolto.
Le immagini sono accompagnate da alcuni suoi testi.
C’è anche la scrittura, a cui tengo molto. Ho sempre pensato a me stesso più come a una persona che scrive, ho iniziato a fotografare un po’ per caso. Questa volta non avevo intenzione di scrivere, ma Robert Kcho e Antonio Carloni hanno insistito e mi hanno convinto. Sono contento dei pochi testi che ho scritto: mi hanno permesso di comprendere meglio, anche ai miei stessi occhi, il lavoro svolto e l’esperienza vissuta durante questi viaggi.
Che cosa trasforma un paesaggio nel soggetto di una sua fotografia?
Mi piace cercare il punto di vista ideale che, secondo me, ogni luogo possiede. Anche se esistono scuole di pensiero e grandi fotografi che sostengono il contrario: qualunque punto di vista può essere straordinario, purché la luce lo colpisca in un certo modo. A me interessa invece cercare un punto di vista eccezionale, definitivo, capace di riassumere il luogo. Cerco ogni volta la combinazione tra l’inquadratura e la luce di quel momento. Intervengo poi sulla luce anche in postproduzione: non nascondo di usarla per calibrare colori, luminosità e contrasti. Vorrei che la presenza della macchina fotografica si avvertisse il meno possibile, che la veduta risultasse naturale e che non si percepissero gli obiettivi utilizzati. Vorrei che la visione restituisse soprattutto la forza dei luoghi.
Nel libro e in mostra è Guadagnini a ricomporre il viaggio, accostando per assonanze e dissonanze luoghi e immagini nati da incontri molto diversi. Il ghiacciaio e la miniera, il tempio antico e il complesso industriale, il paesaggio naturale e la città entrano così in una sequenza che lascia emergere un’Europa per frammenti, attraverso memorie differenti, talvolta contrastanti e persino inconciliabili. A tenerle insieme è soprattutto lo sguardo di Campigotto. Un modo di fotografare lento, che deve molto a Gabriele Basilico, suo maestro, e alla fotografia ottocentesca di viaggio che ama, in particolare alle grandi vedute del West americano di Carleton Watkins, fondate sulla contemplazione e sulla dedizione al luogo. Campigotto lavora su cavalletto, con banco ottico e dorso digitale ad alta risoluzione, e costruisce con precisione l’inquadratura già in ripresa. La nitidezza è estrema, ma non coincide con una registrazione neutra del reale: in postproduzione ricostruisce a memoria ciò che ha visto, intervenendo su luce, colori e contrasti. È da questo rapporto tra esattezza della visione e ricordo che nasce l’atmosfera delle immagini. La memoria, del resto, è per Campigotto una delle ragioni stesse della fotografia, «un artificio tecnologico che interagisce coi ricordi», capace di misurarsi con la perdita e con l’assenza e, soprattutto, «con la Storia – con il bisogno di vedere, di tornare indietro».
Luca Campigotto, «Porto, Portogallo», 2026. © Luca Campigotto
Luca Campigotto, «Svalbard, Norvegia», 2026. © Luca Campigotto