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Ginevra Borromeo
Leggi i suoi articoliDal 28 ottobre al 26 novembre 2026, la Galleria Lorenzo Vatalaro di Milano presenta «Lacrime», mostra personale di Gianluigi Colin che mette in dialogo cinque opere inedite e due lastre tipografiche con altrettanti crocifissi in bronzo del Manierismo italiano. Il progetto indaga ciò che rimane delle immagini una volta esaurita la loro funzione informativa, trasformando i residui della stampa in superfici di memoria.
Da anni Colin conduce una ricerca sul rapporto tra immagini, parole e memoria, interrogando i meccanismi attraverso i quali la comunicazione produce, consuma e infine abbandona le proprie rappresentazioni. Materiali destinati allo scarto, teli, matrici e lastre tipografiche diventano così il punto di partenza di una riflessione sulla persistenza delle immagini e sulla loro capacità di trattenere le tracce del presente. In «Lacrime», questa indagine assume una nuova declinazione. L'inchiostro si sottrae alla propria funzione narrativa: non restituisce più notizie, volti o avvenimenti, ma si deposita sulla superficie, cola e si stratifica, dando origine a composizioni astratte attraversate da campiture, velature e abrasioni. La materia conserva tuttavia la memoria della sua provenienza: quel nero, quelle tracce e quelle sedimentazioni sono il residuo di un flusso quotidiano di notizie in cui si intrecciano guerre, catastrofi, violenze, desideri e vicende individuali.
«Il titolo Lacrime nasce da questa ambiguità», spiega l'artista. «Sono lacrime d'inchiostro: gocce e colature che sembrano scendere lungo la superficie. Ma sono anche la metafora di una condizione del nostro tempo». La macchina dell'informazione, incessantemente impegnata a raccontare il mondo, sembra interrompere per un istante la propria attività per lasciar affiorare ciò che normalmente rimane ai margini della comunicazione. Lo scarto non è più un materiale privo di valore, è testimonianza del tempo che lo ha attraversato.
A questa dimensione si lega la presenza di due crocifissi in bronzo del Manierismo italiano, realizzati da Antonio Susini, su modello del Giambologna, e Sebastiano Torrigiani, su modello di Guglielmo Della Porta. Il confronto tra le opere contemporanee e le sculture antiche non si esaurisce in una contrapposizione cronologica: mette in relazione materiali e immagini appartenenti a contesti differenti, accomunati dalla capacità di custodire una memoria. Da una parte il bronzo, depositario di una tradizione iconografica e devozionale; dall'altra le lastre e gli inchiostri provenienti dalla produzione tipografica, testimonianze materiali di un presente sottoposto a un incessante consumo di notizie.
È proprio in questa relazione che la mostra individua una possibile continuità tra l'immagine sacra e il residuo della comunicazione contemporanea. Come osserva Colin, i materiali utilizzati nel suo lavoro sono stati attraversati dalle parole e dalle immagini prima di essere espulsi dal processo produttivo: diventano così «una sorta di reliquia materiale della notizia», capace di contenere simbolicamente le storie di un'umanità spesso silenziosa e nascosta. Anche i versi dedicati da Bruno Corà, direttore della Fondazione Burri, al lavoro dell'artista insistono sulla persistenza dell'impronta e sulla possibilità che qualcosa sottratto all'oblio continui a manifestarsi. Il residuo diventa allora una forma di presenza: non restituisce integralmente ciò che è scomparso, ma ne conserva una traccia, lasciando aperto lo spazio dell'interpretazione.
La Croce e la lastra tipografica, il bronzo antico e l'inchiostro contemporaneo delineano così un'archeologia dello sguardo in cui la materia diventa il luogo d'incontro tra epoche e forme di rappresentazione. In un contesto dominato dalla velocità della cronaca e dalla proliferazione delle immagini, «Lacrime» propone una sospensione: rallentare la visione, sottrarre le superfici al consumo immediato e restituire loro il tempo necessario per essere osservate.