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Gianfranco Ferroni
Leggi i suoi articoliTappa romana per la retrospettiva dedicata a Jack Vettriano, all’anagrafe Jack Hoggan, artista scozzese, autodidatta, scomparso lo scorso anno. Dopo la mostra bolognese a Palazzo Pallavicini, ora nella Capitale è Palazzo Velli in piazza S. Egidio (12 febbraio-5 luglio), nel cuore di Trastevere, a ospitare le sue opere, oltre ottanta, con una decina di dieci oli, lavori «su carta museale a tiratura unica e certificata realizzate appositamente» per l’esposizione, il ciclo di fotografie scattate nello studio dell’artista da Francesco Guidicini, ritrattista ufficiale del «Sunday Times», L’esposizione è organizzata da Chiara Campagnoli, Deborah Petroni e Rubens Fogacci della Pallavicini s.r.l., con la collaborazione della Jack Vettriano Publishing, la cura di Francesca Bogliolo e il patrocinio di Palazzo Velli.
Una vita particolare, quella dell’artista: trasferitosi a Edimburgo, assume il cognome Vettriano, mutuato dal cognome della madre, figlia di un emigrante italiano della provincia di Frosinone, per intraprendere un percorso creativo singolare, in totale libertà, dove la popolarità ha segnato indelebilmente il suo rapporto con il mondo dell’arte. «The Singing Butler», ovvero «Il maggiordomo che canta», è la sua opera più famosa: una coppia balla in riva al mare, lei in abito da sera rosso, lui in smoking, in una giornata ventosa, protetta dagli ombrelli aperti da una cameriera e dal protagonista del titolo del suo lavoro, un maggiordomo, che canticchia «Fly me to the moon» di Frank Sinatra. Bogliolo racconta che la rassegna esprime la sua preferenza nella scelta di ritrarre le donne, «la grande passione della sua vita, ma espressa in modo molto elegante. Sembrano tutte delle dive del cinema, attirano lo sguardo ma non è mai uno sguardo volgare, è come se fossero colte nella loro intimità, con rispetto ma anche una profonda curiosità». Senza dimenticare che «c'è un’ultima parte legata alla seduzione, più erotica però mai esplicita, dove c’è sempre la stessa tensione della danza ma che si evolve». E attirare l’attenzione sulle schiene femminili, vestite o no, celando le espressioni dei volti, concentra lo spettatore su un autentico simbolo del peso della vita, pronto a scattare all’improvviso dove aver raccolto nuove energie. Definito anche come «un moderno Edward Hopper», tra atmosfere rarefatte e desideri sospesi, Vettriano ha sempre vellicato la nostalgia di chi guarda, con eleganze d’altri tempi: il pubblico ricerca i suoi lavori, e i poster dominano le pareti delle case dei giovani che entrano nelle sale per vedere, dal vivo, i suoi quadri.