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Matteo Bergamini
Leggi i suoi articoliMetti un ex spazio industriale tedesco, nei pressi di Stoccarda, invaso da suoni, fiamme, luce, colore e materiali riciclati. È quello che succede, dal 27 settembre al 18 luglio 2027, allo Schauwerk di Sindelfingen, dove le opere, molto diverse tra loro, dei brasiliani Lucia Koch (1961), Henrique Oliveira (1973) e Vivian Caccuri (1985) compongono «Anatomy of Presence», sotto la curatela di Jérôme Sans e Svenja Frank, recuperando l’attenzione per le esplorazioni del corpo e dello spazio. «Era precisamente una delle intenzioni di questa mostra: riportare vita ed energia nel cubo bianco di questo guscio industriale», ci racconta Sans, che spiega come la collezione Schauwerk sia iniziata diversi decenni fa proprio in Brasile. L’idea, dunque, è nata per celebrare una storia importante senza essere retrospettivi, storici o letterali: «Abbiamo invece invitato artisti delle generazioni più recenti a dialogare con lo spazio, concependo un’installazione di tre mostre personali che dialogassero tra loro e generassero, insieme, un clima, un’atmosfera».
La scelta di Lucia Koch, che lavora con luce, colore e grandi interventi architettonici, Henrique Oliveira, il cui lavoro più riconosciuto è la messa in atto di strutture organiche simili a radici, con compensato riciclato, e Vivian Caccuri, che transita tra suono, video e installazione, è dovuta al loro trattare gli stessi materiali come un’estensione del corpo: «Riunirli è stato un modo per comporre una costellazione: nessuna singola pratica spiega il Brasile, ma le tre insieme ci permettono di sentire, attraverso la luce, la crescita, la vibrazione, l’energia specifica di un Paese costruito sulla contrapposizione e sull’attrito, su uno sviluppo urbano ed elettrico anarchico, su un’effervescenza musicale e una natura lussureggiante. È questa energia, che permea allo stesso modo il corpo fisico, sociale e urbano, che “Anatomy of Presence” si propone di rendere palpabile», spiega il curatore.
Il titolo stesso, che rimanda a un’investigazione della «presenza» fisica dell’opera, trasporta anche verso la possibilità percettiva del visitatore, in opposizione a un’esperienza che oggi, spesso, appare decisamente più votata alla virtualità: «Viviamo in un momento in cui l’esperienza dell’arte è spesso filtrata dagli schermi, in cui la sensazione è ridotta a immagine e la presenza a dato. “Anatomy of Presence” è una risposta deliberata a questa condizione», sottolinea Sans.
Ecco, dunque, che lo spazio si espande, respira, si trasforma in ambiente «altro», sulla base delle differenti peculiarità dei processi dei tre artisti: Koch lavorando con la soglia della percezione, immergendo l’ingresso del museo in uno stato sospeso tra tramonto e alba, mentre le strutture di Oliveira possono essere fisicamente attraversate, un’azione in cui il movimento stesso del visitatore attraverso forme gonfie e antropomorfe diventa l’esperienza. E infine Caccuri, facendo dialogare direttamente l’ambiente con il tuo corpo. «L’incorporazione, come la descrivono i ricercatori di scienze cognitive e filosofia, non è un processo mentale sovrapposto al corpo, ma qualcosa che emerge dall’incontro del corpo stesso con il mondo, e questa mostra chiede semplicemente ai visitatori di riabitare quella condizione, di trattare la presenza non come una posizione ma come uno stato di attenzione dell’essere».
E ancora: la convergenza di elementi molto distanti tra loro e, per certi versi, oggi alieni alle forme più comuni (o tradizionali) dell’arte contemporanea: «“Anatomy of Presence” opera come l’incontro di tre presentazioni personali in dialogo. Il suono di Caccuri invade lo spazio dell’installazione naturale di Oliveira, mentre la luce di Koch entra in dialogo con le strutture di Oliveira, così che in certi punti della mostra i tre linguaggi diventano udibili e visibili all’interno dello stesso corpo di spazio. Si recupera così una tensione vicina a ciò che intendeva Merleau-Ponty quando scriveva che il corpo è il nostro medium generale per avere un mondo, o a ciò che proponevano Deleuze e Guattari quando ci chiedevano di definire un corpo non per i suoi organi o la sua specie, ma contando i suoi affetti».
E infine, si tratta di un riconoscimento a quella che oggi è una delle scene più vivaci del mondo, con la volontà di una piccola riparazione storica, già che anche l’Europa sta decentralizzando una storia dell’arte che da sempre ha guardato a sé stessa e agli Stati Uniti: «Dopo un decennio di crescente virtualità, il mondo ha bisogno di pratiche che riaffermino il corpo, la mente, l’anima, il collettivo, e il Brasile offre esattamente questo. Portare Koch, Oliveira e Caccuri in un ex spazio industriale in Germania è un modo per lasciare che questo attrito faccia il suo lavoro».
Foto d’installazione di Vivian Caccuri «Ash Fossil II» e «Overheated System», 2026 © Vivian Caccuri Photo: Frank Kleinbach
Foto d’installazione di Lucia Koch, «Gang of Four (Runners)» e «Big Loop», 2026 © Lucia Koch Foto: Frank Kleinbach