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Lavinia Trivulzio
Leggi i suoi articoliC’è una linea meno battuta del Futurismo che non coincide né con l’ebbrezza rumorista delle origini né con la retorica meccanica che spesso ne ha cristallizzato l’immaginario. È una linea «obliqua», quasi introspettiva, che attraversa gli anni Trenta e Quaranta e trova in Osvaldo Peruzzi (Milano, 1907 – Livorno, 2004) una voce singolare, autonoma, refrattaria alle ortodossie di gruppo. La mostra che apre il 31 marzo alla Galleria Russo, curata da Massimo Duranti, riattiva proprio questa traiettoria, restituendo a Peruzzi una posizione che non è ancillare ma di tensione, di scarto, di continua ridefinizione del linguaggio futurista.
Fin dalle partecipazioni alla Biennale di Venezia tra il 1934 e il 1942 e alla Quadriennale d’arte nazionale di Roma in diverse edizioni, Peruzzi, di cui il percorso raccoglie dipinti, opere su carta e materiali documentari, si colloca dentro il sistema espositivo ufficiale senza mai aderire completamente a un canone. La sua pittura non rincorre la velocità come pura fenomenologia né traduce l’esperienza del volo in vertigine ottica: piuttosto, costruisce una grammatica in cui la geometria agisce come dispositivo di concentrazione e il colore come campo energetico, quasi mentale. È qui che la lezione futurista si incrina e si rinnova, avvicinandosi a quella zona periferica in cui l’immagine non rappresenta più ma rivela.
Il punto di svolta teorico, evocato nel percorso espositivo, è il Manifesto della Plastica dell’Essenza Individuale del 1941, scritto a Volterra: una dichiarazione che suona come un controcanto alle spinte collettive dell’avanguardia storica. Se Filippo Tommaso Marinetti aveva proclamato l’estetica della modernità come rottura e accelerazione, Peruzzi sembra cercare una densità diversa, un rallentamento interno in cui forma e percezione coincidono. La pittura diventa allora uno spazio psichico, campo di forze dove linee e cromie traducono stati d’animo.
Osvaldo Peruzzi, «Sintesi aerospaziale», 1935. Courtesy of Galleria Russo
In questo senso il dialogo con figure come Enrico Prampolini e Gerardo Dottori è evidente ma non subordinato. L’«idealismo cosmico» prampoliniano, con la sua tensione verso un oltre immateriale, e il paesaggio aeropittorico di Dottori, immersivo e avvolgente, diventano per Peruzzi materiali da rielaborare in una sintesi personale. Non c’è più distinzione tra osservatore e spazio: il volo non è rappresentato, è esperito. In questo slittamento si avverte una prossimità inattesa con certe intuizioni dello Spazialismo pur senza abbandonare mai il rigore costruttivo della matrice futurista.
Le città dipinte da Peruzzi, italiane o americane, non sono mai semplici vedute. In opere come «Summer Manhattan Twilight» (1943) la metropoli si smaterializza in una trama di piani cromatici e incastri geometrici, dove il grattacielo diventa vettore, asse energetico e segno di una tensione verticale che è insieme urbana e spirituale. Qui il confronto implicito con la tradizione della veduta, da Canaletto alla modernità novecentesca, si dissolve in una simultaneità che deve più a Cubismo e alle sue scomposizioni che non alla prospettiva rinascimentale. Il colore, pieno e calibrato, mantiene una vibrazione emotiva che impedisce alla geometria di irrigidirsi. In questo equilibrio tra ordine e lirismo, tra struttura e intuizione, si gioca la specificità di Peruzzi: una «figurazione dello splendore geometrico», come la definisce Duranti, che non rinuncia alla narrazione ma la comprime, la rende essenziale, quasi trattenuta.
La mostra insiste giustamente anche sul secondo dopoguerra, quando molti protagonisti delle avanguardie storiche si confrontano con la necessità di ridefinire il proprio linguaggio. Peruzzi non abiura il Futurismo ma lo attraversa, lo filtra, lo porta verso una dimensione più rarefatta, dove macchine volanti e paesaggi cosmici convivono con una ricerca che sfiora l’astrazione senza mai dissolversi completamente in essa. È una continuità che non è ripetizione, ma trasformazione lenta, coerente. Ne emerge il ritratto di un artista che lavora ai margini delle etichette, capace di tenere insieme la tensione utopica dell’avanguardia e una riflessione più intima sulla percezione.