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Mary Mattingly mentre sta facendo giardinaggio

Foto Dawson Andrews. Courtesy Medina Triennial

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Mary Mattingly mentre sta facendo giardinaggio

Foto Dawson Andrews. Courtesy Medina Triennial

La prima Medina Triennial punta sulla sostenibilità

La mostra, diffusa e gratuita, presenta oltre 100 opere di 39 artisti e collettivi internazionali distribuite in 11 sedi del piccolo villaggio nello Stato di New York occidentale

Maurita Cardone

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L’arte contemporanea arriva nell’America rurale. Dal 6 giugno al 7 settembre il piccolo villaggio di Medina, nello Stato di New York occidentale, lungo l’Erie Canal, ospita «All That Sustains Us», una mostra diffusa gratuita che coinvolge 39 artisti e collettivi provenienti da cinque continenti, con oltre 100 opere distribuite in 11 sedi del Paese, tra edifici storici, parchi, ex spazi industriali e installazioni direttamente sull’acqua. Curata dalle codirettrici artistiche Kari Conte e Karin Laansoo, la Triennale, alla sua prima edizione, nasce in partnership con la New York Power Authority e la New York State Canal Corporation, all’interno di un progetto per la rivalutazione dell’area. La mostra sembra essersi sviluppata attraverso un’immersione lenta nel territorio, dando vita a un esperimento costruito insieme a una comunità che, pur avendo poca consuetudine con l’arte contemporanea, ha reagito con una disponibilità che la stessa Conte definisce sorprendente. «Ci sono molti progetti nella Triennale che non sembrano arte nel senso tradizionale del termine: installazioni, lavori pubblici, opere sonore. Eppure nessuno ci ha chiesto: ma questa è arte?».

La Triennale occupa l’intero villaggio. Il cuore principale è la Old Medina High School, edificio scolastico di oltre 2mila metri quadrati chiuso da oltre trent’anni, dove sono presentate numerose nuove commissioni, tra cui «Two Waters» di Tania Candiani, «A Good Wall» di James Beckett e «The Tell» di Matt Kenyon. Altri lavori sono distribuiti tra il Medina Railroad Museum, il Memorial Hospital, la Sacred Heart Church, due parchi e il canale stesso.

Il titolo «All That Sustains Us» nasce, spiega Conte, da una riflessione sul concetto di maintenance e sulle forme di lavoro invisibile che tengono insieme una società: «Il titolo parla di tutte le cose che mantengono viva la vita nelle sue diverse forme: dal politico al sociale, dall’economico all’ecologico. La Triennale affronta una nozione espansa di gestione e mantenimento e il lavoro spesso sottovalutato e poco visibile necessario a sostenere ecosistemi e comunità». Il riferimento implicito è a Mierle Laderman Ukeles, pioniera della maintenance art, presente in mostra con opere incentrate sui temi del lavoro, della cura e dei sistemi invisibili che sostengono la vita civica.

A Medina a sostenere la comunità è la storia stessa. Medina è quasi un archetipo della smalltown dell’America rurale postindustriale, ma Conte insiste sulla necessità di superare gli stereotipi: «Si tende a pensare all’America rurale come a qualcosa di isolato dal resto del mondo. Ma qui passa l’Erie Canal, che per due secoli ha collegato questo territorio a reti globali di persone e merci». Infrastruttura fondamentale per lo sviluppo economico dello Stato di New York, il canale ha una storia attraversata dalle contraddizioni della modernità americana.

Aki Inomata, «How to Carve a Sculpture», 2018-in corso, alla 15ma Shanghai Biennale, «Does the flower hear the bee», 2025 (provided by Power Station of Art)

Interagisce direttamente con l’Erie Canal, «Floating Garden» di Mary Mattingly, una chiatta-orto costruita insieme a residenti e studenti del Rochester Institute of Technology. «È un’isola galleggiante di acciaio, piena di terra e coltivazioni di cibo e piante medicinali», spiega l’artista. L’opera, che alla fine della mostra navigherà fino a Manhattan, usa il canale come un corridoio alimentare pubblico: «Connette i movimenti per la sovranità alimentare del Western New York e di New York City, che raramente lavorano insieme». Mattingly lega il progetto alla questione dell’insicurezza alimentare che è in aumento nelle comunità lungo il canale: «La maggior parte delle piante coltivate sulla chiatta proviene dai giardini della gente del posto. La scultura è direttamente influenzata dai suoi vicini. Costruire qualcosa che possa radicarsi oltre la durata della Triennale richiede ascolto, tempo e lentezza».

Il canale è al centro anche del lavoro di Asad Raza, artista nato a Buffalo e legato personalmente a Medina, dove da bambino visitava la moschea frequentata dalla sua famiglia. La sua installazione porta letteralmente l’acqua del canale dentro uno spazio espositivo: una lunga struttura percorribile in cui i visitatori possono entrare fisicamente nell’acqua. «La natura fisica del canale mi ha colpito molto: un fiume artificiale monumentale che connette questo luogo a una rete globale», racconta Raza.

Anche l’artista messicana Tania Candiani si è fatta ispirare dal canale, con «Two Waters», una performance sonora e installazione nata dalla scoperta che l’Erie Canal e un vicino ruscello scorrono fianco a fianco senza mai incontrarsi. «Quell’immagine è diventata la spina dorsale concettuale del lavoro», ci spiega Candiani. L’opera coinvolge direttamente la comunità locale: i partecipanti, molti dei quali senza alcuna esperienza musicale, producono collettivamente suoni, respiri e vibrazioni all’interno dell’auditorium della vecchia scuola. «La comunità non è il contesto del lavoro, è il lavoro, dice l’artista. Le persone hanno iniziato a ricordare il proprio rapporto con il canale, con la scuola, con la storia della città. E quella vulnerabilità condivisa è diventata una forma di tenerezza».

L’intera Triennale è attraversata da un pensiero ecologico, nei contenuti, come nell’organizzazione. Kari Conte sottolinea come il progetto abbia cercato di minimizzare l’impatto del trasporto delle opere (solo tre lavori sono arrivati in aereo), privilegiando produzioni realizzate localmente e il coinvolgimento di artigiani e lavoratori del territorio. Molti artisti utilizzano inoltre materiali di recupero: Scott Hocking costruisce una scultura monumentale con ferro industriale trovato nella regione; James Beckett e Lina Lapelytė lavorano con pietra arenaria recuperata; Selva Aparicio presenta «Maintenance», una scopa scolpita in carbone antracite a partire da simili scope antiche rinvenute nel museo ferroviario locale. La sostenibilità è qui una strategia concreta di produzione e relazione. «Abbiamo cercato di intrecciarla a tutto quello che facciamo, dice Conte. Stiamo già pensando a che cosa fare dei materiali quando la Triennale finirà».

In un villaggio di appena 6mila abitanti la Triennale non vuole calarsi dall’alto, ma lavorare con il territorio e costruire impatti duraturi. «Non ho incontrato una sola persona che mi abbia detto di voler lasciare Medina,  conclude Conte. Tutti ci dicono: magari non capiamo esattamente che cosa state facendo, ma nuove persone, nuove energie e nuove idee fanno bene a questo posto».

Victoria-Idongesit Udondian, «Ubom Keed», 2020-22. Foto Etienne Frossard

Maurita Cardone, 04 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

La prima Medina Triennial punta sulla sostenibilità | Maurita Cardone

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