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Luana De Micco
Leggi i suoi articoliÈ arrivato finalmente il momento di Paul Cezanne alla Fondation Beyeler: «Nel 1999, due anni dopo l’inaugurazione del museo, Ernst Beyeler realizzò una mostra intitolata “Cezanne and Modern Art”. Vi erano esposte opere di Cezanne, ma anche di Picasso, Mondrian e altri. Ci era parso evidente già all’epoca che, prima o poi, avremmo dedicato a Cezanne una monografica. Tuttavia, nei decenni successivi, altre istituzioni hanno sviluppato importanti progetti sull’artista, che noi stessi abbiamo sostenuto prestando opere della collezione. Dopo 25 anni abbiamo pensato che fosse arrivato il momento di mostrare, a un pubblico ormai cambiato, perché questo artista sia sempre così cruciale per la storia dell’arte», spiega Ulf Küster, curatore della mostra «Cezanne», allestita dal 25 gennaio al 25 maggio. Con circa ottanta dipinti e acquerelli provenienti da istituzioni pubbliche di primo piano (tra cui il Philadelphia Art Museum, il Musée d’Orsay di Parigi e il Met di New York), oltre che collezioni private, questa prima monografica della Beyeler dedicata al maestro di Aix-en-Provence (1839-1906) si propone di restituire la rivoluzione estetica compiuta da Cezanne negli anni della maturità, lontano dai clamori parigini, immerso nella luce mutevole della Provenza. È soprattutto in questi anni, quando l’artista è all’apice della carriera, che la trasformazione prende forma: le pennellate si fanno più libere, i contorni vibrano, gli spazi si articolano in piani che sembrano slittare l’uno sull’altro, aprendo la strada alle avanguardie del ’900. Tra le opere in mostra figurano diverse versioni della Montagne Sainte-Victoire, i cui profili rocciosi Cezanne rincorse per anni, come nella celebre tela del monte visto dal suo studio di Les Lauves (1902-06), le nature morte, tra cui «Pommes et oranges» (1899), i paesaggi evocativi e i luminosi sottoboschi della Provenza natale, le serie delle «Bagnanti».
Che cosa vi ha spinto a mettere in primo piano la fase matura del lavoro di Cezanne?
Dopo aver sperimentato molto nei primi anni, compresi diversi stili pittorici, e dopo aver esplorato l’Impressionismo dipingendo insieme a Camille Pissarro negli anni ’70 dell’800, Cezanne, forte dell’esperienza maturata, si liberò di numerose convenzioni della pittura, come l’uso della prospettiva centrale e l’anatomia «esatta». Elaborò il suo concetto di «réalisation», ovvero il creare arte come «armonia parallela alla natura», secondo le sue parole. Trasformando le sue «sensations colorantes» in «taches», macchie di colore, che utilizzava per costruire realmente il dipinto, svincolò la pittura da qualunque significato prestabilito, attribuendo al colore un valore totalmente nuovo: da quel momento la pittura non doveva più necessariamente rappresentare qualcosa. Questo aprì la strada a ciò che oggi chiamiamo l’arte astratta. È interessante notare che Cezanne si percepisse come il pioniere che effettivamente era, definendosi il «primitivo». Sapeva che con lui iniziava qualcosa di nuovo; non sorprende quindi che Picasso, che forse non avrebbe mai sviluppato il Cubismo senza Cezanne, lo definisse «il padre di noi tutti».
Cezanne contribuì a ridefinire dunque il concetto di modernità: come continua a risuonare tra gli artisti contemporanei?
Sotto molti aspetti, Cezanne ha definito in svariati modi l’idea stessa di artista, che ancora oggi sentiamo essenziale: estremamente concentrato sul proprio «progetto», eccentrico, individualista e consapevole della propria visione.
Quali criteri hanno guidato la selezione delle opere? Quali funzionano come chiavi interpretative del progetto?
«I giocatori di carte», di cui presentiamo due versioni, fondano l’idea della mostra, ovvero che nel periodo tardo Cezanne ha messo davvero «le carte in tavola»: i dipinti e gli acquerelli degli ultimi anni mostrano sempre, in un modo o nell’altro, come sono stati costruiti. Ne rivela la struttura, invitando apertamente lo spettatore a entrare nell’opera. In questo senso, i cosiddetti dipinti «non finiti» sono lasciati aperti, come una sfida allo spettatore, che idealmente completa il lavoro con la propria immaginazione. Per questo abbiamo voluto mostrare alcuni esempi significativi di queste opere «aperte», tipiche della fase matura. Volevamo anche presentare i grandi temi che Cezanne affrontò nel corso di tutta la sua vita: le «Bagnanti», le nature morte, le figure e i ritratti, gli autoritratti e i paesaggi, in cui è presente spesso una strada sinuosa che scompare all’orizzonte, come a suggerire che non si sa mai che cosa ci attenda dopo l’ultima curva. E naturalmente uno dei suoi soggetti principali, la Montagne Sainte-Victoire e il suo paesaggio circostante, a cui dedichiamo una sala intera.
A questo proposito, nel catalogo, scrive: «Talvolta sembra che la Montagne Sainte-Victoire in qualche modo rappresenti l’artista stesso». Che cosa intende dire?
Quando si arriva in treno ad Aix-en-Provence, all’improvviso appare quella massa rocciosa imponente che è la Montagne Sainte-Victoire. È semplicemente impossibile non vederla. Lo stesso vale per Cezanne: è l’artista-chiave che non si può ignorare quando si parla dello sviluppo dell’arte moderna.
Paul Cezanne, «Baigneuses», 1895. Photo: Anders Sune Berg