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Alessia De Michelis
Leggi i suoi articoliDalla grafite al colore, dal foglio alla dimensione architettonica: oltre cinquant’anni di ricerca artistica trovano una nuova sintesi a Villa e Collezione Panza, a Varese, dove dal 5 novembre al 7 marzo 2027 il Fai-Fondo Ambiente Italiano presenta «David Tremlett. Somebody did Something on the Wall», progetto espositivo a cura di Marta Spanevello, nato da un’idea di Nicoletta Pallini.
Ventidue opere, materiali documentari inediti e due nuovi interventi site specific, destinati a entrare nella collezione permanente, restituiscono l’evoluzione del linguaggio dell’artista britannico, da sempre impegnato a esplorare il rapporto tra segno, paesaggio e architettura. Il percorso, allestito negli spazi delle Scuderie e delle Rimesse, attraversa le sperimentazioni concettuali degli anni Settanta, quando Tremlett, durante un viaggio tra Europa e Australia (1971-74), traduceva l’esperienza dei luoghi in composizioni minimali realizzate con polvere di grafite, fino agli sviluppi cromatici e ambientali dei decenni successivi. In mostra anche «Cue» (1974), opera acquistata da Giuseppe Panza di Biumo nel 1975.
Il progetto si completa con otto composizioni sonore inedite, «Loop Tape Compositions», registrate dall’artista tra il 1969 e il 1971, che accompagnano il visitatore lungo il percorso espositivo, riportando alla luce una dimensione sperimentale meno conosciuta della sua produzione.
A dialogare con gli ambienti settecenteschi della Villa sono soprattutto i due nuovi lavori. «Graphite and Grease Corner» (2026), nella caffetteria, riprende un disegno del 1970 e trasforma un angolo dello spazio in una composizione scultorea verticale, realizzata con grafite e grasso. «Flip Over» (2026), invece, occupa il soffitto di 50 metri quadrati e le pareti del bookshop: geometrie in grafite e due tonalità di giallo invitano a sollevare lo sguardo, suggerendo un ribaltamento del consueto punto di vista.
Il ritorno di Tremlett a Villa Panza assume un significato particolare alla luce del rapporto con il collezionista, che nel 1973 acquistò alcune sue opere, riconoscendo nella capacità di evocare la natura attraverso forme astratte una qualità profondamente affine alla propria sensibilità. A cinquant’anni di distanza, l’artista ritrova così le origini di quel dialogo e un luogo che considera ancora capace di favorire il pensiero e la concentrazione.
L’iniziativa coincide con il trentennale della donazione della Villa al Fai, avvenuta nel 1996. Un’occasione che riafferma la vocazione del museo come spazio di produzione e sperimentazione contemporanea: negli ultimi dieci anni, le mostre promosse dalla Fondazione hanno portato nella collezione dieci nuove opere, tra gli altri, di Bob Wilson, Meg Webster, Robert Irwin e Tony Cragg. Con Tremlett, questa tradizione si rinnova attraverso interventi permanenti che fanno dell’architettura non un semplice contenitore, ma parte integrante dell’esperienza artistica.