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Una veduta della mostra «Ogni Pittura è Paesaggio», 2026, Venezia, Fondazione Bevilacqua La Masa

Foto Giorgio Bombieri

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Una veduta della mostra «Ogni Pittura è Paesaggio», 2026, Venezia, Fondazione Bevilacqua La Masa

Foto Giorgio Bombieri

La Fondazione Bevilacqua La Masa invita a ripensare l’atto stesso del guardare

Il sostegno dell’istituzione veneziana al talento emergente torna a tradursi in occasioni concrete di dialogo e visibilità con «Ogni pittura è paesaggio»

Alessia De Michelis

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Garantire continuità ai percorsi degli artisti, accompagnando le nuove leve della ricerca contemporanea ben oltre la scadenza dei bandi di residenza: è da questa precisa visione istituzionale che si rinnova l’impegno della Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia. Il sostegno al talento emergente torna così a tradursi in occasioni concrete di dialogo e visibilità con «Ogni pittura è paesaggio», un progetto espositivo che invita il pubblico a ripensare l’atto stesso del guardare. Ad arricchire questo percorso concettuale contribuisce una mirata selezione di citazioni da «Pellegrinaggio al Tinker Creek» di Annie Dillard: uno scritto fondamentale che, muovendo dall’atto corporeo del camminare nella natura, introduce il visitatore a una dimensione immersiva e meditativa del «vedere».

L’esperienza visiva si compie all’interno della Sala del Camino nel complesso dei SS. Cosma e Damiano, dal 24 settembre al 21 novembre. Tra le ampie vetrate affacciate sul parco e sui tetti del chiostro, le opere si fondono con lo spazio circostante, trasformando la pittura in un ambiente multiforme e in perenne divenire. Come precisa il curatore Stefano Coletto: «La pittura allestita fa paesaggio e quindi è paesaggio». Il progetto allestitizio reinterpreta audacemente il modello compositivo delle quadrerie seicentesche: la struttura di cartongesso integra disegni e dipinti dai formati differenti in un «tutto pieno» denso e disorientante. Questo orizzonte vibrante di luce e materia contrasta deliberatamente con la grande area vuota e in penombra della sala, creando un corto circuito percettivo di forte impatto.

In questo quadro critico si innestano i linguaggi dei tre protagonisti, già assegnatari degli Atelier della Fondazione. La pittura di Eric Pasino (Vercelli, 1997) lavora sulla stratificazione e la fluidità, muovendosi al confine critico tra figurazione e dissoluzione dell’immagine. Chiara Peruch (Pordenone, 1996) esplora le potenzialità dell’immaginifico, intessendo narrazioni visive sospese tra nitidezza e scenari alieni. Jacopo Zambello (Rovigo, 1999) attinge invece alla lezione filosofica di Jean Baudrillard, indagando l’immagine come soglia di mistero e fondando le sue opere sull’ambiguità dei soggetti.

Alessia De Michelis, 23 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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